Due parole per un granello di sabbia

Ciao, sono io, Giancarlo, e scrivo una cosa che ho maturato in questi giorni. Come l’intelligenza, unita alla conoscenza e alla determinazione, se non è accompagnata dall’umiltà, anche se è usata a fini giusti può fare del male.
Mi spiego.
Un uomo cattivissimo che brandisce una spada, anche se farà del male, lo farà in maniera limitata. Ora pensate agli scienziati che hanno inventato le bombe all’idrogeno, o le armi chimiche. Quelli magari non volevano e non vogliono fare del male, però la presunzione di poter dire “guardate cosa sono riuscito a scoprire” è troppo forte.
Questo naturalmente è un esempio, ma si può rapportare alla vita di tutti i giorni. Non è vero che il fine giustifica i mezzi. Se essi sopprimono la vita, qualunque essa sia, dalla natura all’uomo, tutto ciò che fa parte dell’universo bisogna preservarlo, perché è questo che abbiamo ed è questo che avranno le generazioni future.
Quindi non giustifichiamoci per quello che stiamo facendo al mondo e alla sua popolazione. Tutto ha un inizio e una fine, è il corso della vita. Ma facciamo decidere ad essa quando questa fine verrà, non inseriamo cause sbagliate perché gli effetti saranno devastanti.
Lo sto dicendo a voi, che siete un granello di sabbia a confronto dell’universo, ma ne fate parte, quindi cominciamo tutti insieme a preservare ciò che è rimasto di un pianeta come la Terra.
Secondo me, abbiamo la possibilità di migliorare la qualità della vita di tutti noi, senza però stravolgerla.

Con affetto. Giancarlo

5 thoughts on “Due parole per un granello di sabbia”

  1. in quest’ultimo intervento, sollevi una questione molto complessa e di tragica attualità. per quanto riguarda la scienza, la mia posizione è un po’ diversa dalla tua. io credo che la ricerca, la sperimentazione e il raggiungimento di traguardi siano elementi indispensabili per la crescita dell’uomo. la scienza in sé è neutra, è l’utilizzo che se ne fa che può essere sbagliato o pericoloso. prendi internet, per esempio: è uno strumento che può essere usato in modo scellerato (vedi diffusione di materiale pedopornografico), oppure in modo positivo, per ricercare, informarsi e, perché no, per comunicare tra di noi, come stiamo facendo.
    un abbraccio e a presto

    silvia

  2. Ciao Giancarlo,
    è vero quello che dici, ma non è limitando la scienza che si aiuta il pianeta. La scienza e la ricerca possono fare molto per salvarlo. Sono l’economia e la politica degli uomini a dover cambiare direzione.
    Un abbraccio

    giovanni

  3. Sento che siamo sulla stessa lunghezza d’onda.Ecco quattro mie
    riflessionianche per Giancarlo:

    Una bara bianca per Piergiorgio.

    A Loredana che mi ha inviato la canzone di Simone Cristicchi.
    Grazie del commento e del testo della canzone.
    Rispetto la tua riflessione su welby ed è molto poetica la canzone.
    Ma l’autore è sano e pieno di vita e… di successo, mentre Piergiorgio era solo
    tra tante ombre oscure, immerso e perduto nei suoi pensieri.
    Anche lui ha scritto dei bellissimi versi poetici, toccanti e
    pieni di amore per la vita e per il mondo intero.
    E quando Piergiorgio scriveva era pieno di vitalità, di voglia di vivere, e anche con la sua sofferenza “correva” incontro alla vita. Ne sono convinto.
    Uno Spirito elevato che sa di poter dare tanto, non decide di negare agli altri
    e a se stesso le perle della sua stessa saggezza.
    Tutto quanto, invece, girava attorno a lui, amici, familiari, medici, politici
    era un elogio alla morte, un’attesa, un atmosfera lugubre e pregna di energia negativa. Nessuna esortazione alla vita, ma uno squallido movimento mediatico e politico.
    La camera della morte allestita da tempo.
    E il Gesto non s’è fatto attendere.
    Un boia laureato per l’occasione e pochi intimi corvi neri furono le ultime immagini che i begl’occhi di Piergiorgio furono costretti a vedere mentre gli porgevano la cicuta.
    Nessuno dei presenti avrà pianto. Le lacrime sono venute da chi non l’ha conosciuto.

    *************

    Un granello si sabbia in memoria di Piergiorgio Welby

    E se la sabbia del deserto fosse la verità?
    La coscienza vigile, attenta, pensante, decisionale, serena o turbata, sana o malata, lucida o offuscata, razionale o irrazionale, libera o condizionata, quanta parte occuperebbe nel deserto della mente? Io dico: lo spazio di un granello di sabbia per l’uomo comune e per il genio, il poeta, l’artista, lo scienziato, il santo tanta sabbia quanta ne può essere contenuta in un pugno.
    Ed ecco come una parte della verità sta in tutte le ragioni così come la ragione contiene sempre una parte della verità, sia del laico che del religioso.
    Ma quanta? Prendi un pugno sabbia dal deserto: questa è la porzione di verità che ti offre la tua mente cosciente.
    Il “farsi suicidare” da una condizione alterata della mente cosciente non sarà mai la decisione di un libero arbitrio padrone assoluto del Regno della Mente, laddove l’Individualità dell’Io più profondo, si ricongiunge con la matrice che l’ha emanato e ad essa identificandosi ne acquisisce, in potenza, attributi e divinità.
    E la vita terrena di Piergiorgio programmata per sua libera scelta nella notte dei tempi ed intensamente vissuta in un attimo della sua eternità, anche se interrotta per le ragioni di un pugno di sabbia, nulla toglie ma molto aggiunge alla sua ricchezza spirituale d al suo cammino evolutivo nel ritorno al Padre attraverso quella scala di valori di cui tanta ne ha percorsa nella sua breve vita di quanto l’umanità nella maggioranza ne percorre in un secolo.
    E questo è l’autentico patrimonio di Piergiorgio.
    Per il resto: delitto o non delitto, che l’ UOMO rifletta!

    *****************

    Un altro granello di sabbia per Piergiorgio Welby

    Caro Piergiorgio,
    anche io ho provato commozione per la tua sensibilità e per l’amore che hai nutrito per la vita e per tutti. Generalmente chi nutre tanto amore per gli altri ne ha un po’ meno per se stesso. Rispetto la tua volontà anche se rimango della convinzione che il tuo “Spirito” – la mente profonda – è rimasto ad osservare senza intervenire, con la “Sua autorità”, alla premeditata decisione.
    Certo non te ne sei andato in silenzio.
    A meno che, e ora ne sono convinto, l’abbia fatto di proposito per attirare l’attenzione del mondo scientifico, perchè all’uomo non serve l’accanimento ma la scoperta del farmaco, la prevenzione e la guarigione.
    Una provocazione?
    No! Una accusa precisa al “progresso”.

    Si spacca l’atomo, si va sulla luna, si configurano e si organizzano miliardi e miliardi di informazioni in un piccolo monitor , che tutto lo scibile umano si chiami internet, si investono miliardi e miliardi per il benessere, per lo sport, la tecnologia…….e non si dirotta la maggior parte di tutte queste risorse per debellare la fame, le guerre e le malattie.
    Mille, centomila scienziati dovrebbero essere rinchiusi in un bunker per uscire solo quando avrebbero risolto i problemi che affliggono l’uomo.
    E che nessuno mi dica che è impossibile. Niente è impossibile all’uomo, se lo vuole.
    E’ per questo che Cristo andò sulla croce, che il martire si fa Santo, che tu riscatti tutti i Piergiorgio che giacciono non in attesa che la legge li uccida, ma che l’UOMO LI GUARISCA.

    ***************

    Io ho pianto.

    Ho pianto mentre scrivevo quest’ultima provocazione, perché sono emotivo e perché so di non essere compreso, questo poi credo che sia un mio karma.
    Io non sarei mai capace di pensare di dire: ti amo, ti amo da morire ma ti tolgo la vita per il tuo bene, per non farti soffrire e perché tu me lo chiedi.
    Qualcuno “grande più di tutti noi”ebbe a gridare nella sofferenza della croce: “Padre mio perché mi ha abbandonato”.
    E che vuol dire?
    Che l’aveva con Dio, che lo lasciava morire invece di salvarlo?
    Che non voleva morire dopo che era venuto sulla terra e programmata la sua vita ed in particolari la sua morte?
    Ed ancora ai suoi carnefici: “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno”
    E che vuol dire?
    Che la morte che stavano per dargli era tanto grave da non riconoscersi il diritto del perdono e invitava il Padre a farlo.
    Non c’è perdono umano per chi si arroga il diritto di togliere la via di un uomo per nessun motivo.
    Ed io non smetterò di scrivere provocazioni su provocazioni che hanno un unico obiettivo: Che l’Uomo rifletta!

    http://michelangelok.spaces.live.com

  4. Caro Giancarlo, ti ripeto che siamo sulla stessa lunghezza d’onda e anche se per te un anno luce ci divide, tu sai benissimo e con le tue riflessioni lo dimostri, che nessuno può imprigionare la mente dell’uomo perchè è libera, infinita ed eterna e l’universo intero in essa è contenuto.
    Ti mando questa lettera a me destinata tanti anni or sono da un amico, che se tu lo vorrai imparerai a conoscerle e ad amare.
    Bruno si chiama(va) e mi scrisse da una dimensione a noi inaccessibile non in una condizione di coscienza alterata, come la definiscono i psicanalisti, da come io la definisco: uno stato sublimale di coscienza.

    Carissimo Michele,
    non sono del tutto sveglio. Non c’è orario qui. Il freddo spacca le ossa. Ho gli occhi e l’anima gonfi. Vorrei un amico, qualcuno, una mano e un sorriso. Non saprei dove sto ne se sono ritto sulle gambe. Scrivo, questa è l’unica cosa certa e, ancora, non io lo faccio.
    Sono accadute cose. Tante. Ne vedo, scie, luminose come non potete immaginare, ma si perdono presto, si spengono, e si contano su una mano. Il resto è un universo di “lumicini, deboli e senza storia.
    Non so dirti, amico mio, come si sta. Ho l’impressione, da qui, che il mondo sia un parto mancato, un’opposizione al buon senso, un edificio di scempiaggini, una coazione, cloaca infamante e immane peto del destino.
    E davvero non sento rimpianti quando vedo come andrà e dove finiranno voci, sudori, e passioni di chi non sa capire.
    Perché, del resto, lupi e agnelli dovrebbero capire?
    Non esistono pagine quassù in cui stia scritto che ciò possa accadere, non un rigo, un solo filino: la luce qui è un inchiostro che non è dato sprecare.
    E’ vero, fratello mio, non conviene alla terra ne al cielo che l’ agnello senta svanire “le proprie paure e che il lupo perda il suo disgraziato vizio. E’ una questione di natura, e quel che si può mutare vola oltre le loro teste. L’umanità non e, in novantanove e nove casi su cento, peregrina.
    L’aureola del santo, sepolta nel deserto dell’ignavia, è una chiave troppo pesante. Ci si prova da sempre, sai, a servirsene. Lo vedo da qui: da Caino in poi, un’inutile fatica che genera follia e porta all’assassinio.
    Ignoranza e ignominia, come volete che si possa arrivare a spalancare la porta del cielo? L’unica utile verità da conoscere, per chi si affanna a capire, è sapere da che parte si sta. In ciò è la saggezza consentita a chi ha i piedi sulla terra. E’ il modo umano e razionale per riconoscersi: se stai coi lupi lo sei anche tu, allora siilo nei migliore dei modi. Ricordati però che non sei miglior lupo quanto più agnelli azzanni. Non è ferocia che ti si chiede. La tua proverbiale fame non è che rabbiosa prepotenza. Troppe volte così hai degradato la tua stessa nobiltà. Cammina e corri e usa i tuoi sensi come ben ti è dato di saper fare, fino a che ogni tuo affilatissimo dente non si trasformi in sublime triangolo del bene.
    Questo posso ora dirti, ora che vedo come tutto ciò, tolta la stoltezza, possa chiamarsi innocenza, l’innocenza di essere quel che si è se lo si è con onestà, fratello, e che tu sia lupo è in coerenza col cielo, come lo è per l’ agnello, altro selvaggio cui di più non è dato capire. Ne, fratello mio dell’una e dell’altra parte, conviene a voi guardare alla porta del cielo pensando che vi sia legittimo ambire alla sua chiave snaturandoti.
    il limite non è valicabile ne per i lupi ne per gli agnelli: non
    è verticale la tua esistenza, che la terra non ha le leggi di quassù. E il massimo che qui si riconosce alla tua forza è un volo di scie che crei un solco più duraturo in questo sito, invece di spegnersi, come ancora accade e ne vedo, troppo presto: tracce, perché mi possa capire, che vincano il tempo con una storia, che in vero dilatando lo spazio entro cui lo stesso tempo è configurato, segni un capitolo nuovo per le pagine di quassù.
    Non ci sono ore da spendere per me. Qui ci si muove da fermi e non si va incontro se non a se stessi.
    Ora, sempre in questo medesimo “ORA”. Quel che ho detto e pensato, anche all’ inizio della mia esistenza e dell’esistenza del primo uomo, lo dico e lo penso ora. Qui. E te lo porgo, se saprai capire.
    Sono accadute cose e cose ancora accadranno, perché accadono mentre ne penso e ne dico. L’anima mi è esplosa, non ancora gli occhi che devono seguire la traiettoria di ogni frantume tra piaceri ed orrori e miseria e splendore. Non ho stomaco qui, non un peso ne un dolore: un ospite, (Bruno aveva un carcinoma ai polmoni e nessuno lo sapeva. Nemmeno lui.) bellicoso e pacifico che possa mostrarsi, che può se il sito svanisce?
    Non e che io abbia da lamentare, amici mio, ma sento che non può durare, questa “condizione onnisciente”. E allora, comincia a esservi un orario e un tempo, un’urgenza e un’occasione….. Comincia la paura di svegliarsi del tutto.
    Carissimo Michele, ho ancora freddo. L’ultima possibilità che rimane qui, ora, è che si guardi bene ogni frantume d’anima, perché vi si riconosca il vuoto delle occasioni mancate, delle lacrime non versate e delle risate che non strariparono per la serrata di troppi denti.
    Il peggio, in verità, che possa capitare: un’esistenza piena di buchi, incapace di contenere il minimo valore. E questo, stiamo attenti, è il massimo degrado oltre il quale è la non-esistenza.
    E’ questo, più che l’opera scellerata di Caino e di tutti i lupi feroci dopo di lui, più che ignoranza e ignavia travestite da santità, che rende il mondo un immane peto del destino.
    Ma quale destino, se non quello stolto da noi costruito ad opposizione della verità?
    La verità è quassù e non si può dire quanto sia grande. Non riusciresti a vederla tutta intera, che non ne avresti il tempo. Essa è lì, fuori dai vostri limiti. La vita di un uomo finisce, chiusa nel suo involucro dov’è spazio-e-tempo, e non basta per un’impresa tanto smisurata.
    Ne, a star “fuori”, come accade ogni tanto a qualcuno, si riesce ugualmente a misurarne l’ampiezza e lo splendore, che questo qualcuno pur visitando chimere e orizzonti altrimenti impenetrabili, e sempre legato alla condizione del suo corpo terreno in erosione. Per quanto L’orà è vinta e sottomessa, per tanto “ora” inevitabilmente si fa “poi”, e ci si “sveglia” addormentando la parte migliore, ciò che in me prende ad accadere. Ed è rendendomene conto che impazzisco.
    No, non vorrei tornare. Io so quel che mi attende, per quella parte infinitesimale di verità che conosco. La mia esistenza, rientrando vi, dovrà compiersi in un Modo o nell’Altro. E’ vero, son già felice che la fine terrena non la sorprenda piena di buchi, che davvero, in un Modo o nell’Altro, avrà da tapparne anche troppi, quell’uomo nel cui corpo vivo. L’ultimo frantume ha più luce, in quest’anima esplosa quassù.
    Avrò la forza di governare, per mano di costui che muove i miei passi nella vita, il tassello?
    Dalle sue mani, è vero, dipende tutto, ma a sostenerne le sue braccia resterà qualcuno quando farlo comincerà a pesare?
    Fratello mio, ho paura per lui e per te. Io, se mi capisci, non posso dargli aiuto come lui lo intende. E’ mio compito farlo tremare e piangere di disperazione. Ne posso fermarlo, che anzi dovrò spronarlo, quando si metterà sulle spalle il peso delle disgrazie.
    Lo farà perché non gli è dato evitarlo. Sentirà che precipita e urlerà i vostri nomi e i nomi di tutti coloro che lo conobbero o cedettero di conoscerlo. Invocherà ogni nome come l’affamato invoca un boccone per i propri denti.
    Ma chi gli andrà incontro? A lui non servono parole, io già gliene do, per guidarlo quante gliene servono.
    Carissimo Michele,
    sono confuso ed ho un bisogno vitale che non riesco a individuare. Mi sento stanco, come assonnato, ma non ce la faccio a fermare le mie dita. Le vedo ballare sui tasti indipendentemente dalla mia volontà e me ne sento affascinato, ipnotizzato. Credevo che stesse per finire ma non finisce, va avanti, corre e vola e vola. Un’intera vita sta volando, di immagine in immagine, in questa testa che non riesce a pensare razionalmente che è ora di smetterla, e queste dita battono e picchiano e ancora accadono cose.
    Gli eventi si accavallano e, a momenti, è tutto confuso, ma poi d’improvviso si fa chiaro…
    Lo butteranno fuori, se non riesce a cavarsela. Deve cavarsela, deve cavarsela.
    Si può perdere la propria casa per guadagnare la verità? Qui, fuori da tutto, ancora non è casa mia e lì, dov’è la collina dell’ ULIVO, è casa sua, ma per quanto ancora? Può lui, come me, starsene fuori dal mondo per curarne le ferite? Lui, se lo conoscete, figli miei, non può e nemmeno gli è dato poterlo. E gli avvoltoi e gli sciacalli già lo hanno preso, (gli usurai a Grotaferrata gli tolsero la casa) e non se ne rende conto.
    E’ l’agnello, lui, non il lupo, e coloro che già lo hanno in pugno ne faranno scempio. Il mondo, ricordate? è un edificio di scempiaggini, è un’opposizione al buon senso. Lui, questo tuo fratello rischia di perdersi. Non lasciarlo: non è il suo destino perdersi, non è scritto qui che debba subire, lui per tutti, ignoranza e ignominia.
    Nemmeno per lui è l’aureola del santo. Attraverso di lui, io e Chi per me, si deve arrivare all’Opera che si vuole sia compiuta, ma non attraverso il sacrificio.
    E ora, quando leggerai queste righe, uno di voi tu e Nunzio , chi dei tre solca per diletto piccoli cieli ( Nunzio aveva costruito da solo un aliante, il primo a Siracusa e un giorno cademmo in un campo di patate rimanendo miracolosamente illesi) e, pur intuendo che diletto qualche volta è amore, se ne rendi più che a prenderne, ne solca, in verità più con l’ali dello spirito che in altri modi, senza davvero volare come dovrebbe e intanto domanda a se stesso “Devo farlo?”
    guardandosi le mani che sente forti e amiche; costui dei tre, che non dovrebbe chiedersi troppe cose per farne una, che può se non chiede quel che già gli è dato, leggendo queste righe saprà qual è la prima chiarezza.
    “Il terzo di voi, e chi è per voi? E voi due chi siete per il terzo di voi? E tutti e tre chi siete?.. .Siete un’Unità?”.
    Un ulivo attende su una collina un volo per una storia da non raccontare, ma da portare a conclusione.
    Cari amici, cari Michele e Nunzio, non ce la faccio più. Sono proprio stanco. Non so perché stamani mi sia venuto questo bisogno di scrivervi. Ho rubato tempo a un lavoro che devo consegnare al più presto, ed ho, vi confesso, qualche preoccupazione di non finirlo in tempo, ma si vedrà.
    Vero è che adesso, ma non per la stanchezza, mi sento sereno, cosa che mi sorprende e mi fa piacere. Sapete, ho qualche problema in più del solito. Che volete, è la mia vita. La verità, forse, è che dopotutto non mi piace l’idea di essere per metà uomo e per l’altra metà ” non-so-che”, nel senso che non sono davvero razionale e tranquillo come gli altri. Non mi piace anche perché più che un’idea è una condizione, e mi crea difficoltà. Ma che c’è da fare per evitare di star male? Mi dicono gli amici: “Non ci pensare”. E, sempre gli amici, a seconda del caso: “Pensaci, non puoi non pensarci”. Inutile, non si può dar retta agli amici….
    Per questo, forse, vi scrivo, perché voi non siete “gli amici”, con voi è diverso. Però tra noi accade questa cosa strana detta “trance” o quel che è, e buonanotte.
    Volevo parlarvi un po’ di me e chiedervi di voi, ma mi accorgo che tra noi tre questo, ovvero la comune corrispondenza della gente comune, non è possibile. Bene. Questo è il quinto foglio
    che finisce nel rullo della macchina per scrivere ed e ora di smettere.
    Non so cosa; vi ho scritto e, credetemi, non voglio nemmeno darci un’occhiata.
    Ma ecco che sono ai sesto foglio. Penso però che lo lascerò in bianco. Giusto il tempo dei saluti. Ho fame. Sono le quattordici e trentacinque. Il mio posto di lavoro, nonostante un termosifone elettrico, è freddo, e a stomaco vuoto si sta peggio. Sapete, mi sono organizzato con un cucinino per mandar giù bocconi decenti, dato che non vado a pranzare a casa in questo periodo. Mi conviene
    risparmiare tempo per lavorare più ore possibile. SI, mai come adesso mi serve il lavoro. La mia situazione economica è motto critica. Sto pagando davvero a caro prezzo l’errore di “Prima pagina”: badate, ho detto “errore”. Ma è inutile rivangare sempre. Abbiamo già parlato di questo: del valore dell’esperienza e dei suoi aspetti fallimentari dai punto di vista materiale, cioè economico, e sapete bene ormai come l’argomento sia difficile. Per quanto mi riguarda, la mia vita è costellata di scelte simili, preziose da un lato e disastrose dall’altro. Che volete, ho la testa che ho e spesso, lo confesso, vorrei non averla. Spesso invidio gli altri, quelli “razionali e tranquilli” che sanno sempre scegliere a vantaggio delle proprie tasche. Ma se è vero che ognuno ha il suo “karma”, evidentemente il mio è quello che sappiamo. L’importante
    è che in un modo o nell’altro riesco ogni volta a cavarmela.
    “In un Modo o nell’Altro”. ( da questo momento scrive “K”.
    E’ facile riconoscerlo)
    Ma come in vero si compirà questa esistenza, fratelli miei, se voi riuscite a fondere l’anime, insieme sappiamo e il Cielo non ci abbandoni.
    Un modo o l’ altro e non un modo o un altro: non come per ogni uomo il cui spirito ha da guidarne il corpo per molteplici cammini e tutti percorribili in egual guisa.
    Quest’uomo, fatto tale a misura dell’Opera nostra, piccolo, per quei che egli stesso ne sa, e grande, come non gli e dato avvedersi, nei sito del cui pensiero è privilegio, che attraverso esso sito l’anima tutta può sconfinare per lontani lidi e tutta integra tornarvi, e tanto spesso che per abitudine quest’uomo oramai non sa misurarne il valore, che non conosce il limite degli altri, giacché e sua esclusiva qualità che il senso del reale si dilati senza un limite e lasci passare meraviglie su meraviglie.
    E questo vi dico, che se quest’uomo ben saprà scegliere il Modo, lo spirito in lui farà voli d’aquila e non d’Icaro e parole nuove ne usciranno dalia bocca per fermarsi sulla carta e tanta carta invaderà le vie del sapere che essa carta avrà di che portare buone nuove per il mondo.
    Fate che ciò egli scelga ed altro ancora, che quando i1 cammino è intrapreso tutto si compirà secondo il disegno, e vostro fratello forgerà immagini e porterà suoni che non sono terreni ed altro ancora, se voi saprete evitare che i suoi piedi affondino per via del mondo che non comprende e condanna quel che non comprende.
    Sostenetelo in quel che non vi è dato capire subito.
    Egli sa, pur senza saperlo, qual’è la ragione d’ogni scelta. Ma sappiate capire, e questo, vi dico, ricordate, quando in lui parla lo Spirito e quando la carne.
    Lo Spirito, sappiatelo ancora, non segue il ragionare umano, ma se ne contrappone e va, se chi ragiona umanamente non è nel vero, e va, e conviene seguirne la via. E conviene che ben sappiate come in tale stato vostro fratello parli e si muova in guisa a voi strana, e tale che l’uomo in lui non badi, che non se ne avvede, a quel che la gente possa pensare e dire, ma il frangente non vi crei vergogna: il sorriso vincerà l’imbarazzo salvando la circostanza. Questo io a voi dico, figli miei, perché serve.
    E sappiate infine che quel che manca accioché i1 Modo si ravvisi, oltre alla Scelta per la quale insieme dovete prodigarvi, è un tempo assai breve e non meno difficile, un tempo che metterà alla prova gli insegnamenti dell’Ulivo, che la vita istiga a considerare il proprio a danno dell’altrui e a generar quindi l’umano egoismo.
    E se le vostre tre braccia, in quell’unico Braccio che è l’Unita di tre fratelli, un braccio per ognuno dei tre, per il bene e per il male e per l’ignavia, davvero avranno scelto d’operare per il Bene, nessuno di voi tre considererà il proprio riferendosi in ciò a se stesso, ma lo farà riferendosi a tutti e tre.
    Questo è quel che d’altro manca accioché il Modo si ravvisi.
    E ora lasciamo che chi scrive torni. Siate in pace
    Carissimo Michele, come stai?
    Io bè, sto come sto e sono affamato. Sapete è proprio ora che ti lasci se no questa lettera non finirà mai. E’ tardi, e sono proprio stanco. Si, è strano, ma questa volta scrivere è stato faticoso, non so perché.
    Ti abbraccio Bruno

    E ora ti abbraccio anch’io michelangelo
    Micheleblancok@hotmail.it
    http://michelangelok.spaces.com

  5. Caro Giancarlo, ti ripeto che siamo sulla stessa lunghezza d’onda e anche se per te un anno luce ci divide, tu sai benissimo e con le tue riflessioni lo dimostri, che nessuno può imprigionare la mente dell’uomo perchè è libera, infinita ed eterna e l’universo intero in essa è contenuto.
    Ti mando questa lettera a me destinata tanti anni or sono da un amico, che se tu lo vorrai imparerai a conoscerle e ad amare.
    Bruno si chiama(va) e mi scrisse da una dimensione a noi inaccessibile non in una condizione di coscienza alterata, come la definiscono i psicanalisti, da come io la definisco: uno stato sublimale di coscienza.

    Carissimo Michele,
    non sono del tutto sveglio. Non c’è orario qui. Il freddo spacca le ossa. Ho gli occhi e l’anima gonfi. Vorrei un amico, qualcuno, una mano e un sorriso. Non saprei dove sto ne se sono ritto sulle gambe. Scrivo, questa è l’unica cosa certa e, ancora, non io lo faccio.
    Sono accadute cose. Tante. Ne vedo, scie, luminose come non potete immaginare, ma si perdono presto, si spengono, e si contano su una mano. Il resto è un universo di “lumicini, deboli e senza storia.
    Non so dirti, amico mio, come si sta. Ho l’impressione, da qui, che il mondo sia un parto mancato, un’opposizione al buon senso, un edificio di scempiaggini, una coazione, cloaca infamante e immane peto del destino.
    E davvero non sento rimpianti quando vedo come andrà e dove finiranno voci, sudori, e passioni di chi non sa capire.
    Perché, del resto, lupi e agnelli dovrebbero capire?
    Non esistono pagine quassù in cui stia scritto che ciò possa accadere, non un rigo, un solo filino: la luce qui è un inchiostro che non è dato sprecare.
    E’ vero, fratello mio, non conviene alla terra ne al cielo che l’ agnello senta svanire “le proprie paure e che il lupo perda il suo disgraziato vizio. E’ una questione di natura, e quel che si può mutare vola oltre le loro teste. L’umanità non e, in novantanove e nove casi su cento, peregrina.
    L’aureola del santo, sepolta nel deserto dell’ignavia, è una chiave troppo pesante. Ci si prova da sempre, sai, a servirsene. Lo vedo da qui: da Caino in poi, un’inutile fatica che genera follia e porta all’assassinio.
    Ignoranza e ignominia, come volete che si possa arrivare a spalancare la porta del cielo? L’unica utile verità da conoscere, per chi si affanna a capire, è sapere da che parte si sta. In ciò è la saggezza consentita a chi ha i piedi sulla terra. E’ il modo umano e razionale per riconoscersi: se stai coi lupi lo sei anche tu, allora siilo nei migliore dei modi. Ricordati però che non sei miglior lupo quanto più agnelli azzanni. Non è ferocia che ti si chiede. La tua proverbiale fame non è che rabbiosa prepotenza. Troppe volte così hai degradato la tua stessa nobiltà. Cammina e corri e usa i tuoi sensi come ben ti è dato di saper fare, fino a che ogni tuo affilatissimo dente non si trasformi in sublime triangolo del bene.
    Questo posso ora dirti, ora che vedo come tutto ciò, tolta la stoltezza, possa chiamarsi innocenza, l’innocenza di essere quel che si è se lo si è con onestà, fratello, e che tu sia lupo è in coerenza col cielo, come lo è per l’ agnello, altro selvaggio cui di più non è dato capire. Ne, fratello mio dell’una e dell’altra parte, conviene a voi guardare alla porta del cielo pensando che vi sia legittimo ambire alla sua chiave snaturandoti.
    il limite non è valicabile ne per i lupi ne per gli agnelli: non
    è verticale la tua esistenza, che la terra non ha le leggi di quassù. E il massimo che qui si riconosce alla tua forza è un volo di scie che crei un solco più duraturo in questo sito, invece di spegnersi, come ancora accade e ne vedo, troppo presto: tracce, perché mi possa capire, che vincano il tempo con una storia, che in vero dilatando lo spazio entro cui lo stesso tempo è configurato, segni un capitolo nuovo per le pagine di quassù.
    Non ci sono ore da spendere per me. Qui ci si muove da fermi e non si va incontro se non a se stessi.
    Lo Spirito, sappiatelo ancora, non segue il ragionare umano, ma se ne contrappone e va, se chi ragiona umanamente non è nel vero, e va, e conviene seguirne la via. E conviene che ben sappiate come in tale stato vostro fratello parli e si muova in guisa a voi strana, e tale che l’uomo in lui non badi, che non se ne avvede, a quel che la gente possa pensare e dire, ma il frangente non vi crei vergogna: il sorriso vincerà l’imbarazzo salvando la circostanza. …..E ora lasciamo che chi scrive torni. Siate in pace
    Carissimo Michele, come stai?
    Io bè, sto come sto e sono affamato. Sapete è proprio ora che ti lasci se no questa lettera non finirà mai. E’ tardi, e sono proprio stanco. Si, è strano, ma questa volta scrivere è stato faticoso, non so perché.
    Ti abbraccio Bruno
    P.S. Ho tagliato molto lo scritto per esigenza di spazio.
    E ora ti abbraccio anch’io michelangelo
    Micheleblancok@hotmail.it

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