Va bene, Ciccio, inizio dalla mia nascita.

Pierrot inizia a raccontare a Ciccio della sua infanzia.

Sei ancora convinto di voler ascoltare la mia vita?
“Si! Ora mi hai reso ancora più curioso!”
D’accordo Ciccio, dove eravamo?
“Alla tua nascita”
E’ vero mio unico Amico, per farti capire tutto questo salto indietro nel tempo, è necessario.
I miei genitori sono partiti dalla Sicilia in quel periodo di fame che in meridione si viveva nel dopoguerra; qui a Torino si aprivano molte prospettive tra cui la Fiat che assumeva in massa…
Io non ero ancora nato ma dai racconti dei miei e di mia Nonna ho saputo molte cose… Veniamo però alla mia nascita, siamo nel 1968 e io vedo la luce per la prima volta, tutto è strano e credo di aver avuto subito un senso di paura che non mi ha più abbandonato… Sono giorni faticosi per i miei genitori, per pagare la casa che hanno comprato mio padre deve fare doppi turni sul lavoro…
“Scusa cos’è una casa?”
Ciccio vieni alla finestra, vedi quelle costruzioni oltre il Muro?
“Si”
Quelle sono case al loro interno vi sono appartamenti, proprio come questa nostra cella, ma più grandi, con più stanze.
“E cos’è la Fiat?”
E’ una grossa… come dire…, è un posto dove le persone lavorano per guadagnare quei pochi soldi che servono a mantenersi.
“Come fai tu in sezione?”
Sì, Ciccio, solo che in fabbrica, cioè alla Fiat si lavora in tantissimi e come qui ci sono molti tipi di lavoro… Torniamo ai turni di mio padre, lavorava molto e tornava giusto per il riposo e poi ripartiva nuovamente; io ero molto agitato e per i miei primi tre anni di vita ho pianto giorno e notte senza pause, solo quando mi tenevano in braccio mi rasserenavo… Mio padre non ne poteva più e un giorno per spaventarmi mi lanciò per aria, ma mi lanciò troppo forte e mi fece sbattere sul soffitto…

(5. Continua…)

5 thoughts on “Va bene, Ciccio, inizio dalla mia nascita.”

  1. Pierrot… per quel poco ke hai scritto mi dispiace.. mi ha toccato quando hai scritto che tuo padre ti lancio cosi’ forte da farti sbattere sul soffitto.. ti lascio una carezza….:)

  2. Caro Pierrot,
    è molto bella questa idea di raccontarti tramite un racconto, un dialogo con un altro, con una finzione letteraria. Mi piace la sincerità, e l’immagine di un dialogo in carcere con un gatto è splendida, sicuramente molto visiva e in fondo commuovente.
    Leggo sempre il blog, da mesi; all’inizio, sono intervenuto (con gusto soprattutto verso Lorenzo); poi mi ha sempre frenato l’idea di essere banale, e di non avere niente da dire. Ma ho sempre letto con interesse e summa partecipazione. Non mi piacciono molto le tue poesie; sono sincero; ma questi testi del racconto a Ciccio sì, mi stimolano, incuriosiscono, soprattutto perchè mi sembra che, seppure sotto le maschere della narrazione, permettano di conoscerti meglio, più che altrove. E di questo ti ringrazio.

    Un abbraccio a tutti

    Marco

  3. Caro Ciccio, anche noi abbiamo da raccontarti come hanno vissuto i nostri genitori; incominciamo ad inviarti due racconti quello di Ellia e quello di Carletto.

    Carletto: “I miei genitori Giovanni Battista e Annetta sono nati a Veglio un comune della provincia di Biella in Piemonte, lavoravano nei campi e mio padre era il falegname del paese. Quando avevo 8 giorni mio padre è dovuto partire per la grande guerra del ‘15-’18. Noi con mia mamma abbiamo dovuto fare tanti sacrifici per sopravvivere, a casa avevamo una mucca per un po’ di latte, una capra per il latte dei bambini, un maiale per avere una volta l’anno i salami, e le galline per le uova. E tutti i giorni si mangiava polenta, e meno male che c’era!
    Dopo 4 anni di guerra mio padre è tornato, fino ad allora l’avevo conosciuto solo per lettera e dai racconti di mia madre…”
    Ellia: “Mia mamma si chiamava Bianca di nome e Rosa di cognome, mio papà si chiamava Primo. Abitavamo a Ferrara e nel 1929 ci siamo trasferiti a Torino, dove avevamo degli zii che ci avevano trovato una casa e anche il lavoro per mio papà, perché mia mamma era malata e doveva cambiare aria(così aveva detto il dottore). Mio papà lavorava alla FIAT ma non aveva tempo di raccontarci del lavoro perché aveva troppo da fare anche quando arrivava a casa. Eravamo 9 figli, otto fratelli e uno a balia, preso che aveva un’ora e mezza di vita. Io avevo 21 anni quando è morta mia mamma e ho allevato tutti i miei fratelli.
    A Ferrara i miei lavoravano la canapa: una volta raccolta, da luglio ad agosto, bisognava affondarla in vasche d’acqua perché si ammollasse la corteccia e dopo 4/5 giorni la tiravano su tutta a fasci e poi l’allargavano per farla asciugare. Quando i fasci erano asciutti la battevano con delle mazze e una volta rotta la corteccia venivano fuori i fili. Si alzavano alle 3 del mattino perché di giorno faceva troppo caldo per svolgere questo lavoro. Durante l’assenza dei miei genitori ero io la più grande dei fratelli (avevo 8 anni)a prendersi cura di tutti gli altri. Alle 8,00 poi arrivava mia mamma per dare il latte al fratello più piccolo.
    Inoltre per guadagnare qualcosa si allevavano bachi da seta, noi bambini andavamo a raccogliere le foglie del gelso per darle da mangiare ai bachi; dopo 40 giorni facevano un bozzolo bello e giallino di seta morbida che si andava a vendere…”
    Una volta c’era tanta miseria, e si purtroppo, e una volta c’erano tanti bambini, io ho una foto insieme a 43 bambini della casa dove abitavo!… ”
    Caro Ciccio, come ha detto la signora Margherita questa mattina: il mondo è cambiato in meglio e in peggio;In meglio perchè ci sono le comodità, in peggio perchè la gioventù ha troppi vizi e troppe libertà.
    A te Ciccio mandiamo delle belle carezze e al tuo padrone un abbraccio.
    Gli ospiti della Casa di Riposo Trisoglio Gina, Francesca, Giuseppina,Elvira, Erminia,Rosetta, Carletto, Piero, Verina,Margherita, Caterina,Ulisse, Ellia,Teresa, Nicolina, Angiolina,Margherita, Giaele,Irma,Suor Anna,Lidia, Olga,Cati, Rosa, Margherita, Giuseppina, Carolina,Rita, Giulia,Nicolina, Teresa,Celeste, Maggiorina,Maria, Rosaria.

  4. Caro Ciccio,
    il signor Carletto ha ancora qualcosa da dirti…..
    Carletto:
    Lo sai che al mio paese si moriva?
    Si moriva tutti in casa perché l’ospedale bisognava pagarlo e c’era il medico che girava nelle case per curare gli ammalati. Il sindaco considerava tutti benestanti quelli che avevano una mucca. Quasi tutti avevano la mucca e solo 7 o 8 non avevano la mucca e quindi per il sindaco erano poveri. I poveri avevano l’ospedale pagato dal comune e gli altri dovevano pagare e per questo motivo si moriva tutti in casa.
    Quando moriva qualcuno lo si sapeva perché ci conoscevamo tutti e si sapeva se qualcuno era malato.
    Dai tocchi della campana da morto si capiva se era un uomo o una donna mi sembra 28 colpi per un uomo e 26 colpi per una donna.
    Poi arrivava in casa la gente a disposizione per la famiglia per fare delle commissioni, ci si aiutava l’uno con l’altro( voi altri non lo capite, ma non c’era il telefono, la macchina, non c’era niente…).
    Intanto dicevano a mio papà che doveva preparare la cassa e quindi andava giù con il metro a misurare il morto(allora era così, non c’erano le imprese funebri, il defunto lo mettevamo sul motocarro e lo portavamo al camposanto per la maggioranza era così). E quindi mio papà doveva preparare la cassa per la sera per il rosario; da parte dei famigliari chiedevano di mettere dei trucioli nella cassa per assorbire il liquame. Le casse erano fatte di castagno e di legno dolce perché il campo santo era diviso a metà, quelli che non potevano pagare niente al comune li mettevano nella parte con la cassa di legno dolce, e gli altri che volevano qualcosa di più per il loro morto lo mettevano nella cassa di castagno che durava di più.

    Saluti da tutti gli Ospiti della Casa di Riposo Trisoglio

  5. Ciao Pierrot.. sono contenta che alla fine Ciccio sia restato con te.. chissà quante cose ancora avrai modo di raccontargli. Un caro saluto Stella

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