Il sangue che ribolle

Pierrot segue a raccontare al gatto Ciccio un episodio doloroso della sua infanzia.

Prese poi a scivolare sul mio corpo, a baciarmi, a toccarmi, poi con la bocca mi inghiottì in un vortice di totale oscurità. Ero inorridito, succube dei suoi movimenti, poi mi prese le mani, le mie mani, e se le infilò nelle mutande. Me le muoveva, e mi faceva fare avanti e indietro avvolgendo la mia mano nella sua… Ad un certo punto mi prese la testa e cominciò a spingerla verso il basso, ma più mi cercavo di opporre più la spinta aveva forza. Poi…
Ad un certo punto, finalmente, tutto ebbe fine per quel giorno. Ma si ripeté per quasi un mese, tutte le sere. Io non sapevo cosa fare, non riuscivo più a guardare la gente in faccia. Sapevo solo fare guai, per dire che qualcosa non andava, ma il risultato erano botte da orbi per me. Scusami Ciccio, ora ho bisogno di distrarmi.
“Sì, fai pure. Io… io… perdonami ma io…”
Lascia stare, Ciccio, ho capito.
“Dove sei andato?”
Ho camminato avanti e indietro per il corridoio della sezione, sai Ciccio, avevo bisogno di sfogare quella rabbia che dentro sale fino a farmi ribollire il sangue. Ed è una rabbia che mi fa paura perché è violenta, autodistruttiva, dirompente se la sfogassi su qualcuno. Ma fortunamente ho imparato a tenerlo a bada, poi subentra la vergogna, la tristezza e l’amarezza, e sento non l’uomo, ma il bambino che ero, piangere. Scusa Ciccio, mi chiamano in rotonda.
“Vai, io ti aspetto”
Torno subito.

(13. Continua)

1 thought on “Il sangue che ribolle”

  1. anche noi ti aspettiamo…quando vuoi, quando non è troppo doloroso farlo, quando la rabbia ti permette di essere lucido e di raccontare…e se le lacrime scendono non fermarle, non importa che sia l’uomo o il bambino a piangere, credo siano comunque importanti e necessarie…
    a presto, un abbraccio

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