E tornammo a riveder le stelle

Mentre percorro il lungo grigio corridoio verso la tanto sospirata uscita sento allontanarsi sempre di più il continuo vociare rimbombate che solitamente caratterizza le sezioni nel tardo pomeriggio.

La mia mente è frastornata in un misto di ovvia contentezza e smisurata euforia che cerco di far trapelare il meno possibile, nel rispetto di quelli che lascio in questa “terra di mezzo”. Ad ogni passo che faccio, il freddo odore acre di muffa e acido, si trasforma gradatamente in più tipiedi fragranza.

Passati i vari uffici matricola e casellario, finalmente noi del gruppo dei “riesumati”, ci accingiamo dopo averne passati quattro, verso l’ultimo cancello. Sembra un “miraggio”, l’aria nel cortile è fresca, mentre i lampioni sono già un funzione; ci si prepara per la sera, il giorno sta lasciando il posto alla notte, come se “il prima” dicesse addio, facendoti accogliere dal nuovo.

Nel camminare incontro strada facendo volti conosciuti, ma al tempo stesso è come se quei visi li avessi visti per la prima volta; questo perché all’interno dell’oscura selva, tende a trapelare più il “ruolo” che la persona. Alcuni mi sorridono, augurandomi nelle loro espressioni buona fortuna, altri fanno gli indifferenti; quest’ultimi li biasimo, chissà quanti come me ne hanno visti passare, nascendo così in loro una “piatta apatia”.

Mancano solo una ventina di metri, è quasi fatta, stiamo per chiudere anche questa. Nel mezzo del cammino, il “Caronte” che ci “accompagna” all’uscita, con fare e voce stizzita, afferma quasi stridendo di mettersi in fila, sennò non avrebbe fatto uscire nessuno. Di riflesso ha solo rispostoe e gesti tutt’altro che eleganti. Io lo guardo e in qualche modo lo compatisco; sta perdendo le sue “prede” e con esse le proprie certezze, nonché apparenti granitiche convinzioni, sono solo gli ultimi respiri ansimanti di un decaduto predatore che viene “spogliato” del diritto di arbitrio in passato concessogli.

Finalmente l’ultimo cancello si apre, il “mondo conosciuto” è a pochi metri; prima di uscire sorridendo, in risposta ai precedenti modi poco garbati da parte del nostro “accompagnatore” gli dico con fare sarcastico che oramai è troppo tardi, mi dispiace per lui.

Non ci credo; sono uscito. Per essere più sicuro di non farmi “risucchiare”, mi allontano di qualche metro dall’uscita.

Improvvisamente ho l’impressio che per qualche secondo tutti i miei sensi si offuschino, soprattutto l’udito che non è abituato a questi nuovi rumori. Dopo qualche secondo di totale silenzio comincio a sentire il brusio continuo ma ancora tenue data la distanza, del traffico su via Pianezza. Le macchine parcheggiate sembrano enormi, le distanze anche; a circa cinquanta metri, nel buio della sera, tra tante luci che accompagnano il mio sguardo, scorgo il tanto sospirato chiosco; assomiglia quasi ad una locanda di un presepio vivente, già mi pregusto nella mente il caffè desiderato chissà quante volte che ne ho perso il conto. Ma prima di avvicinarmi, mi giro e do un ultimo sguardo al mio passato, un pensiero alle persone con cui ho convissuto, stimato, odiato e considerato; insomma con tutte quelle che assieme, in questi anni, abbiamo danzato la “ballata della viva morte”.

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