Le quinte della “Bosso Monti” raccontano il carcere

Una studentessa della Bosso Monti racconta la sua visita al carcere

Riportiamo qui le impressioni scritte da alcuni studenti delle quinte dell'Istituto "Bosso Monti" di Torino in seguito alla loro visita alle sezioni "Prometeo" e "Polo Universitario" della Casa Circondariale di Torino, nell'ambito delle nostre attività di laboratorio scolastico.

Sinceramente scrivere questo commento a caldo mi viene un po’ difficile poiché le emozioni che provo adesso sono molteplici.

Il carcere è stato esattamente ciò che mi aspettavo, varcare quei cancelli alti mi ha dato subito un senso di mancanza di libertà.

Appena siamo entrati ci hanno fatto lasciare subito le nostre borse, privandoci così di oggetti quotidiani che noi utilizziamo, come ad esempio il telefono, e questo ha fatto sorgere in me dei pensieri di cui però parlerò alla fine.

La prima sezione che abbiamo visto è stato il Polo Universitario, e quello è stato il nostro primo vero contatto con il carcere. Dall’esterno del padiglione ho intravisto anche le sbarre del carcere femminile dove ho visto stesa una piccola tutina di un bambino. Quell’immagine mi ha toccato fortemente.

All’interno del Polo Universitario abbiamo conosciuto degli uomini che, dal mio punto di vista, rappresentano un po’ ciò che c’è di positivo nel carcere. Mi ha colpito tantissimo la testimonianza dell’uomo che lì dentro ha preso la licenza elementare, media, superiore e  adesso sta cercando di laurearsi in giurisprudenza. Dal mio punto di vista questo è un suo riscatto personale, ciò rappresenta la prova che sbagliando si impara e che una seconda possibilità la si deve sempre dare a tutti: per quest’uomo la sua seconda possibilità è rappresentata dallo studio, dal crearsi una sua cultura personale che lo porterà forse, una volta uscito, ad avere più possibilità nel mondo del lavoro.

Il mostrarci le celle per me è stato un gesto che apparentemente potrebbe sembrare banale, ma che in realtà rappresenta una cosa importante perché quella è la loro “casa”. Ho visto loro molto contenti di vederci e di renderci partecipi di ciò che hanno durante la giornata. Mi ha colpito molto il fatto che loro, così come i ragazzi della sezione Prometeo, si sentissero “privilegiati” dal fatto che il numero di persone che compone la loro sezione fosse minore  rispetto a quella del comune. Io, all’interno di quelle stanze, mi sentivo stretta ma la cosa che mi colpiva di più sono state le finestre con le sbarre che impedivano quasi la visuale di ciò che c’era all’esterno.

Nonostante noi fossimo un po’ intimidite (non da loro ma dal contesto che per noi era nuovo) sono sicura che da quella sezione ci porteremo a livello di emozioni qualcosa.

Io personalmente mi porto gli sguardi e la forza di volontà che loro hanno avuto nel mettersi in gioco ritornando a studiare. La sezione Prometeo ci ha accolta in maniera stupenda, la sensazione che mi hanno dato sono state di persone che si sono mostrate per quello che sono, mostrandosi con i loro pregi e in loro difetti.

Mi ha colpito moltissimo il fatto che loro ci abbiamo preparato la pizza, è come se volessero farci sentire a “casa”.

I discorsi che abbiamo affrontato sono stati molto seri e io vorrei rifarmi a quello che ha detto una mia compagna: in quel momento mi sono sentita molto piccola, ma non di età, bensì di forza. Sentendo il loro modo di reagire nei confronti della pena che è stato data loro, mi sono sentita estremamente debole, in quel momento ho riflettuto su quali sono i veri problemi della vita. Come ho già detto a loro, io non sono nessuno per giudicare quindi in quel momento mi sono concentrata sulla persona e non sul detenuto.

La cosa che a me premeva più sapere era la sfera dell’affettività e questo è stato forse il tema che mi ha più colpito e, perché non ammetterlo, mi ha fatto commuovere.

Per il detenuto la famiglia rappresenta un punto fondamentale, qualcosa su cui appoggiarsi, una spalla consolatrice. Loro ci hanno confermato che mantenere i rapporti con l’esterno non è facile perché i colloqui sono troppo pochi e non bastano mai.

All’interno di quella sezione ho scorto diverse figure, da chi parlava poco, da chi è più ottimista, da chi cercava di sdrammatizzare per nascondere il dolore e da chi, anche con difficoltà, vuole dire la sua.

L’uscita dal carcere è stata sicuramente difficile, inizialmente mi sentivo spaesata, come se lì fosse un mondo a parte.

Ma la cosa che mi ha fatto più riflettere, e con questo mi riallaccio a ciò che ho detto all’inizio, è stato quando ci hanno ridato le nostre cose. Tutti noi, come primo pensiero, abbiamo preso il telefono per scrivere a genitori, amici, fidanzati/e e questo mi ha fatto pensare come sia importante mantenere un rapporto con quello che per loro rappresenta l’esterno. Ma soprattutto, appena varcato il cancello d’uscita, ho provato una sensazione di dispiacere ma allo stesso tempo un’emozione fortissima per essere ritornata in possesso della mia libertà .

N., 8 maggio 2017

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