“Questo muro”: la riflessione di un nostro volontario

La riflessione di un volontario presso il carcere di Torino

Questo muro è fatto di vertigini e parole oscure, di lunghissime migrazioni mai portate a termine.

È un muro di inutilità e di poco valore: un muro che circoscrive la pupilla, e perciò, ci sta sempre di fronte.

Questo muro che ci portiamo addosso e che poi cresce sulla pelle, ramificandosi tra le singole cellule, è fatto di noncuranze, di pensieri troppo rapidi e di gesti improvvisi, di desideri senza cautela e visioni prive di esattezza. E’ un muro di lucidità insostenibili, di suoni troppo distinti e figure troppo nitide.

Questo muro che comincia ben prima di dove abbiamo posto il suo luogo d’inizio, questo muro che si estende per tutto il perimetro del corpo e anche più in là.

Questo muro che ci fa spalancare la bocca ed allungare le braccia in un girotondo di sonnambuli, oppure ci accompagna sulla terraferma e ci fa piombare lungo un corridoio di ubriachi. Questo muro di labbra socchiuse e di palpebre abbassate è l’unico muro che c’è.

(Ho passato notti intere a lucidarvi le scarpe e senza controbattere ho indossato i vestiti logori che avete gettato per le strade).

Continua ad avanzare questo muro di sonni enormi e di veglie in pericolo, trascorse ad abbracciare i lampioni delle tangenziali tra i gemiti delle autoambulanze.

Questo muro di occhi fissi alla parete e di apnee senza tregua, questo muro che indietreggia e non lascia spazio, che ora respinge ora chiama sé, che non distribuisce nuovi nomi ma ricopre tutto con un unico nome senza sillabe.

Questo muro di sorveglianze interiori e di sguardi vigili puntati su di noi; un intero muro di popoli senza patria che vagano lungo la retina dei nostri occhi e chiedono in ginocchio un nuovo alfabeto; un muro di cartografie senza coordinate, un muro di storie senza nomi o date o punti di non ritorno; senza irremovibili cenni del capo, senza strette di mano definitive.

Questo muro che ci avvolge le spalle e stira ogni vertebra, che benda le caviglie e poi ci getta nel massacro degli addii. Questo muro di tempie che pulsano, di avvisi in ritardo e di ultime chiamate. Avanza e stringe il suo giro questo muro di oceani senz’acqua che a poco a poco beviamo a piccoli sorsi e a piccoli sorsi questo stesso muro di oceani senz’acqua entra dentro di noi.

Avanza e continua il suo corso questo unico muro di uniche vie; questo muro fatto di me e di te, questo muro che ci assottiglia, che assottiglia me e te.

F.


 

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