di Liana,
15 Settembre 2009
C’è da pensare che da fuori si giri con occhi bendati oppure che le cose della vita non ci facciano più partecipi delle disgrazie altrui. Oppure che noi non avendo nientre altro da fare che stare attaccati alla televisione o che dicano qualcosa sulla situazione penitenziaria si stia più attenti ai telegiornali o ai giornali radio.Solo che a volte rimango allibita su quanto poco valga la vita umana.Guardando la televisione mi sembra di assistere ad una guerra che coinvolge l’intera umanità con un bollettino di morte pesantissimo: giovani morti per droga, per sfide impossibili, uccisi in maniera crudele per poco: una sigaretta, un paio di biscotti, anche se sei un tifoso di un altro colore, o mentre aspetti l’autobus o giri su uno scooter o moto, o semplicemente perchè esisti.Il fatto è che a nessuno importa, sei un numero su un giornale, un anonimo a cui hannom tolto la vita, per non parlare dei suicidi, cosa che in questi giorni va per la maggiore è il suicidio in carcere anche lì un numero su per giù intorno ai 60, ma 60 che cosa? Non 60 persone disperate che non vedendo una via d’uscita si sono uccise, solo un 60 molto anonimo.Si parla di cosa succede in carcere, il continuo via vai di persone che entrano ed escono dal carcere e mi sovviene il pensiero di chiedere dove sono finiti i valori di una volta, dov’è finito il rispetto per le vita umana, tutto ciò che i genitori di una volta insegnavano, senz’altro con qualche schiaffo in più. Ma quanto vorrei fare qualche passo indietro, ricevere insieme agli schiaffi anche gli insegnamenti inculcati nel rispetto sia della vita che delle cose altrui.Sembrerebbe questo mio discorso fuori luogo per una persona che sta in carcere, ma è proprio a causa di questo che sono rinchiusa, io non colpevolizzo nessuno ma quanto vorrei quegli schiaffi ora
di Liana,
7 Luglio 2009
Confesso che leggendo i giornali di questi giorni il tema “giustizia” mi sembra una parola aliena. In Italia personaggi più o meno potenti non subiscono processi, mafiosi pluriergastolani che per essere un po’ depressi riescono ad ottenere i domiciliari, si spazia dal personaggio in vista agli ergastolani o con condanne pesanti che escono per incompatibilità con il regime carcerario, con malattie più o meno invalidanti, ma non ci si rende conto che in carcere ci sono giovani con AIDS, epatite C, tumori, che concludono la loro vita in carcere senza possibilità di uscire, persone disabili o con patologie reali e non simulate che devono combattere ogni giorno con la dura realtà carceraria per ottenere ciò che ai predetti personaggi sembra spettare di diritto.
Nelle aule di tribunale c’è la dicitura “la legge è uguale per tutti”. La “Giustizia” viene rappresentata bendata e con in mano una bilancia, e mi chiedo: cosa dovrebbe esserci su quei piatti? La vita di persone che hanno commesso o ordinato omicidi, che hanno vissuto mercanteggiando con la legge, o le vite di persone più o meno giovani che hanno vissuto male e non per loro scelta, dicevo vissute male e morte ancor peggio in carcere.
di Liana,
3 Luglio 2009
Molte volte mi chiedo se effettivamente il carcere serva, a che fine tutto questo. Quando vedo un via vai continuo di persone che escono ed entrano, e si salutano dicendo: “Bentornata, che hai fatto in quest’ultimo mese?” Perciò suppongo che evidentemente era uscita da poco, a volte, anzi quasi sempre, mi stupisco con quanta facilità le persone facciano avanti e indietro dal carcere.
A parte ciò, noi tutti ci portiamo il nostro carcere e le nostre sbarre dentro. E di quelle non c’è fine pena. Vorrei che i cosiddetti cittadini benpensanti potessero capire e vedere con i propri occhi, non ascoltando notiziari, che anche in carcere esistono brave persone. Allora mi chiedo perché non dare a queste persone la possibilità di dimostrare il loro totale ravvedimento.
di Liana,
8 Giugno 2009
Devo dire che ciò che scrivo in questa rubrica mi ha dato molte soddisfazioni. Ringrazio di cuore chi mi legge come chi mi scrive, mi avete fatto sentire meno sola.
Rispondo a chi mi ha scritto che ha letto di cooperative che danno lavoro in carcere, è verissimo, ma pur lavorando (io sono una delle fortunate) la mano pesante delle regole si fa sentire; pur non essendo in cella tutto il giorno, il reprimere il tuo modo di pensare, di fare, è molto faticoso; non è il rimanere in cella che fa di te una persona emarginata ma è il sottomettersi e chinare la testa e dire sempre e solo sì, anche quando vorresti gridare, ingoiando le lacrime che ti salgono agli occhi e che non puoi far scendere per non essere tacciata di piagnona, ma ti senti un nodo in gola che sembra soffocarti. Chi non ha provato certe sensazioni d’impotenza davanti a regole che per te sono assurde e che devi accettare volente o nolente, non potrà mai capire la ribellione che senti salirti addosso. Non è solo il richiuderti fra uno spazio di due metri per tre che ti fa stare male, ma il tentativo di rinchiudere la tua voglia di vivere, la tua dignità, la tua personalità. Questo è uno dei motivi per cui quando esci dal carcere ti senti fuori dal tuo mondo, perché il tuo mondo era diventato il carcere e allora cosa fai? Ti ributti a delinquere perché non sei preparata ad affrontare la realtà del “fuori” e senti che vuoi ritornare “dentro” per ritrovare la realtà a cui eri abituato. Sembra assurdo o troppo giustificativo.
Penso che chi esce dal carcere dopo un periodo più o meno lungo dovrebbe rivolgersi ad uno psicologo perché ti possa aiutare ad affrontare il mondo di fuori.
di Liana,
10 Maggio 2009
Il carcere ci fa ricordare i momenti belli delle nostre vite, si vive di ricordi, questa volta al posto delle solite storie più o meno tristi voglio raccontare un episodio di quando ero una ragazzina nella mia città natale, molti anni fa; ogni volta che ricordo quel periodo sorrido perché non sapevo cos’era l’infelicità, allora bastava una piccola cosa per compensarti di ogni più piccolo dispiacere.
Potessi ritornare a quel periodo, non per ringiovanire ma per avere ancora quelle piccole cose.
Abitavo in una casa vicina alla piscina comunale, ma non avevo mai abbastanza soldi per entrare, però io e i miei amici avevamo trovato il modo per entrarci lo stesso: bastava scavalcare la recinzione sul retro, dove il terreno della piscina confinava con il greto del fiume che, in quel punto, faceva una piccola ansa con una spiaggetta nascosta dai cespugli; tutti noi conoscevamo bene quel posto perché ci andavamo sempre a fare il bagno e a prendere il sole.
Un caldo pomeriggio d’estate mia sorella maggiore lancia l’idea di andare a fare il bagno al solito posto; subito si sparge la voce “c’è un adulto che ci accompagna al fiume” e in un baleno mia sorella si trova custode di un branco di ragazzini scatenati con gli asciugamani e i costumi addosso, pronti ad andare.
Appena arriviamo a destinazione però i nostri occhi vanno subito verso le piscine al di là della recinzione dove i “signori” sembrano divertirsi tanto.
Subito mi viene l’idea sfolgorante: siamo già in costume, tanto vale!
Devo dire che la mia idea è accettata subito all’unanimità sia dai ragazzini che da mia sorella: noi via, lei poteva stare in pace con il suo ragazzo senza la nostra esasperante presenza.
Detto fatto, diamo il via alla scalata del recinto. Come siamo all’interno siamo subito su e giù per gli scivoli delle piscine e nei vari giochi a disposizione: tanto è il divertimento che non ci accorgiamo che il tempo sta cambiando e si sta mettendo al brutto.
All’improvviso scoppia il temporale, uno di quei terribili temporali estivi con i lampi e i tuoni; i bagnini fanno andare tutti verso gli spogliatoi vicini all’uscita e noi siamo nella confusione più completa
- Come facciamo adesso? Non possiamo mica uscire così, noi negli spogliatoi non abbiamo niente… ci scopriranno… diranno tutto ai nostri genitori… chiameranno i carabinieri… mia mamma mi riempie di botte… possiamo uscire da dove siamo entrati… no, è pieno di personale adesso…
La mia mente lavora, lavora e mi viene un’idea:
- State calmi, non vi agitate, adesso nascondiamoci nei cespugli, poi come se ne vanno tutti, scavalchiamo la recinzione.
Così facciamo; appena non si vede più nessuno, via al di là del recinto, ma purtroppo di mia sorella e dei nostri vestiti che le avevamo lasciato in custodia nemmeno l’ombra.
Ci incamminiamo verso casa così e, attraversando la via principale del paese, dobbiamo sembrare un insolito corteo, coperti solo dai costumi e da piccoli asciugamani, bagnati fradici e con le facce preoccupate.
Nel frattempo i nostri genitori si erano messi in allarme per il nostro ritardo e quando ci videro arrivare in un primo momento ci abbracciarono felici e ci fecero fare un bel bagno caldo, ma la faccenda non finì là.
Il giorno dopo si riunirono tutti e decisero per noi una punizione comune: fino alla fine dell’estate basta bagni nel fiume, pomeriggi passati a studiare e vietato anche solo avvicinarsi alla piscina.