di Liana,
1 Ottobre 2009
Un po’ di tempo fa avevo descritto come ci si sente a non poter essere vicino ai propri cari in certi momenti difficili, il senso di frustazione che ti coglie a non poter consolare e accudire chi amiamo con tutti noi stessi.
Questa volta voglio parlare di una persona che ha poco più di un anno di detenzione e sta soffrendo atrocemente perchè fra poco suo marito sarà operato ad un organo interno di ben tre tumori: due asportabili e uno no. Lei non può stargli accanto se non per pochissimi giorni dati dai permessi.
La vedo distruggersi per questa impotenza e mi dico fortunata perchè pur essendo in carcere e vedere la mia famiglia solo una volta al mese visto che sono distante da loro. Loro sono sani, stanno bene, solo che mi sento quasi più in colpa per questa mia fortuna e ringrazio il signore di questa mia benedizione. Io alla fine delle mie pene li vedrò tutti. Lei forse no, perchè i criminali escono, lei no con poco ancora da scontare. Perchè questa ingiustizia? Perchè è una poveraccia o una straniera. Vorrei che qualcuno mi spiegasse il perchè di tutto questo.
di Liana,
21 Settembre 2009
Mi chiedo a volte come sarà la vita al di fuori di queste mura. Dopo anni di carcere, come sarà girare per le strade, senza l’assillo della detenzione, che è cominciata non il giorno della carcerazione, ma il giorno in cui mi sono resa conto di essere incappata nelle maglie della giustizia. L’incubo di quei giorni lontani è ancora vivo nella mia mente, non sapere se l’anno dopo avrei festeggiato il natale con la mia famiglia, evitare di fare progetti a lunga scadenza perché c’era la spada di Damocle sospesa sulla mia testa, sapere che da un momento all’altro sarei stata strappata all’affetto dei miei cari. E’ una cosa a cui non riesci a non pensare, c’è solo un pensiero nella tua mente: “perché tutto questo succede a me?”
Dopo anni sono stata prelevata, dopo essermi rifatta una vita in un’altra città, visto che ormai nel mio paese non potevo rimanere proprio per quelli che ho nominato in precedenza. Ero in ospedale per una malattia, sono stata prelevata così com’ero, in piagiama, e portata in carcere. Alle mie rimostranze mi sono sentita dire da un agente: “Coraggio, è la fine di un incubo”. Certo, ma ne è cominciato un altro. E, mi chiedo, questo incubo quando finirà?
di Liana,
15 Settembre 2009
C’è da pensare che da fuori si giri con occhi bendati oppure che le cose della vita non ci facciano più partecipi delle disgrazie altrui. Oppure che noi non avendo nientre altro da fare che stare attaccati alla televisione o che dicano qualcosa sulla situazione penitenziaria si stia più attenti ai telegiornali o ai giornali radio.Solo che a volte rimango allibita su quanto poco valga la vita umana.Guardando la televisione mi sembra di assistere ad una guerra che coinvolge l’intera umanità con un bollettino di morte pesantissimo: giovani morti per droga, per sfide impossibili, uccisi in maniera crudele per poco: una sigaretta, un paio di biscotti, anche se sei un tifoso di un altro colore, o mentre aspetti l’autobus o giri su uno scooter o moto, o semplicemente perchè esisti.Il fatto è che a nessuno importa, sei un numero su un giornale, un anonimo a cui hannom tolto la vita, per non parlare dei suicidi, cosa che in questi giorni va per la maggiore è il suicidio in carcere anche lì un numero su per giù intorno ai 60, ma 60 che cosa? Non 60 persone disperate che non vedendo una via d’uscita si sono uccise, solo un 60 molto anonimo.Si parla di cosa succede in carcere, il continuo via vai di persone che entrano ed escono dal carcere e mi sovviene il pensiero di chiedere dove sono finiti i valori di una volta, dov’è finito il rispetto per le vita umana, tutto ciò che i genitori di una volta insegnavano, senz’altro con qualche schiaffo in più. Ma quanto vorrei fare qualche passo indietro, ricevere insieme agli schiaffi anche gli insegnamenti inculcati nel rispetto sia della vita che delle cose altrui.Sembrerebbe questo mio discorso fuori luogo per una persona che sta in carcere, ma è proprio a causa di questo che sono rinchiusa, io non colpevolizzo nessuno ma quanto vorrei quegli schiaffi ora
di Liana,
7 Luglio 2009
Confesso che leggendo i giornali di questi giorni il tema “giustizia” mi sembra una parola aliena. In Italia personaggi più o meno potenti non subiscono processi, mafiosi pluriergastolani che per essere un po’ depressi riescono ad ottenere i domiciliari, si spazia dal personaggio in vista agli ergastolani o con condanne pesanti che escono per incompatibilità con il regime carcerario, con malattie più o meno invalidanti, ma non ci si rende conto che in carcere ci sono giovani con AIDS, epatite C, tumori, che concludono la loro vita in carcere senza possibilità di uscire, persone disabili o con patologie reali e non simulate che devono combattere ogni giorno con la dura realtà carceraria per ottenere ciò che ai predetti personaggi sembra spettare di diritto.
Nelle aule di tribunale c’è la dicitura “la legge è uguale per tutti”. La “Giustizia” viene rappresentata bendata e con in mano una bilancia, e mi chiedo: cosa dovrebbe esserci su quei piatti? La vita di persone che hanno commesso o ordinato omicidi, che hanno vissuto mercanteggiando con la legge, o le vite di persone più o meno giovani che hanno vissuto male e non per loro scelta, dicevo vissute male e morte ancor peggio in carcere.
di Liana,
3 Luglio 2009
Molte volte mi chiedo se effettivamente il carcere serva, a che fine tutto questo. Quando vedo un via vai continuo di persone che escono ed entrano, e si salutano dicendo: “Bentornata, che hai fatto in quest’ultimo mese?” Perciò suppongo che evidentemente era uscita da poco, a volte, anzi quasi sempre, mi stupisco con quanta facilità le persone facciano avanti e indietro dal carcere.
A parte ciò, noi tutti ci portiamo il nostro carcere e le nostre sbarre dentro. E di quelle non c’è fine pena. Vorrei che i cosiddetti cittadini benpensanti potessero capire e vedere con i propri occhi, non ascoltando notiziari, che anche in carcere esistono brave persone. Allora mi chiedo perché non dare a queste persone la possibilità di dimostrare il loro totale ravvedimento.