Lavorare non basta
di Liana, 8 Giugno 2009Devo dire che ciò che scrivo in questa rubrica mi ha dato molte soddisfazioni. Ringrazio di cuore chi mi legge come chi mi scrive, mi avete fatto sentire meno sola.
Rispondo a chi mi ha scritto che ha letto di cooperative che danno lavoro in carcere, è verissimo, ma pur lavorando (io sono una delle fortunate) la mano pesante delle regole si fa sentire; pur non essendo in cella tutto il giorno, il reprimere il tuo modo di pensare, di fare, è molto faticoso; non è il rimanere in cella che fa di te una persona emarginata ma è il sottomettersi e chinare la testa e dire sempre e solo sì, anche quando vorresti gridare, ingoiando le lacrime che ti salgono agli occhi e che non puoi far scendere per non essere tacciata di piagnona, ma ti senti un nodo in gola che sembra soffocarti. Chi non ha provato certe sensazioni d’impotenza davanti a regole che per te sono assurde e che devi accettare volente o nolente, non potrà mai capire la ribellione che senti salirti addosso. Non è solo il richiuderti fra uno spazio di due metri per tre che ti fa stare male, ma il tentativo di rinchiudere la tua voglia di vivere, la tua dignità, la tua personalità. Questo è uno dei motivi per cui quando esci dal carcere ti senti fuori dal tuo mondo, perché il tuo mondo era diventato il carcere e allora cosa fai? Ti ributti a delinquere perché non sei preparata ad affrontare la realtà del “fuori” e senti che vuoi ritornare “dentro” per ritrovare la realtà a cui eri abituato. Sembra assurdo o troppo giustificativo.
Penso che chi esce dal carcere dopo un periodo più o meno lungo dovrebbe rivolgersi ad uno psicologo perché ti possa aiutare ad affrontare il mondo di fuori.

