Lavorare non basta

di Liana, 8 Giugno 2009

Devo dire che ciò che scrivo in questa rubrica mi ha dato molte soddisfazioni. Ringrazio di cuore chi mi legge come chi mi scrive, mi avete fatto sentire meno sola.
Rispondo a chi mi ha scritto che ha letto di cooperative che danno lavoro in carcere, è verissimo, ma pur lavorando (io sono una delle fortunate) la mano pesante delle regole si fa sentire; pur non essendo in cella tutto il giorno, il reprimere il tuo modo di pensare, di fare, è molto faticoso; non è il rimanere in cella che fa di te una persona emarginata ma è il sottomettersi e chinare la testa e dire sempre e solo sì, anche quando vorresti gridare, ingoiando le lacrime che ti salgono agli occhi e che non puoi far scendere per non essere tacciata di piagnona, ma ti senti un nodo in gola che sembra soffocarti. Chi non ha provato certe sensazioni d’impotenza davanti a regole che per te sono assurde e che devi accettare volente o nolente, non potrà mai capire la ribellione che senti salirti addosso. Non è solo il richiuderti fra uno spazio di due metri per tre che ti fa stare male, ma il tentativo di rinchiudere la tua voglia di vivere, la tua dignità, la tua personalità. Questo è uno dei motivi per cui quando esci dal carcere ti senti fuori dal tuo mondo, perché il tuo mondo era diventato il carcere e allora cosa fai? Ti ributti a delinquere perché non sei preparata ad affrontare la realtà del “fuori” e senti che vuoi ritornare “dentro” per ritrovare la realtà a cui eri abituato. Sembra assurdo o troppo giustificativo.
Penso che chi esce dal carcere dopo un periodo più o meno lungo dovrebbe rivolgersi ad uno psicologo perché ti possa aiutare ad affrontare il mondo di fuori.

Le piccole cose

di Liana, 10 Maggio 2009

Il carcere ci fa ricordare i momenti belli delle nostre vite, si vive di ricordi, questa volta al posto delle solite storie più o meno tristi voglio raccontare un episodio di quando ero una ragazzina nella mia città natale, molti anni fa; ogni volta che ricordo quel periodo sorrido perché non sapevo cos’era l’infelicità, allora bastava una piccola cosa per compensarti di ogni più piccolo dispiacere.
Potessi ritornare a quel periodo, non per ringiovanire ma per avere ancora quelle piccole cose.
Abitavo in una casa vicina alla piscina comunale, ma non avevo mai abbastanza soldi per entrare, però io e i miei amici avevamo trovato il modo per entrarci lo stesso: bastava scavalcare la recinzione sul retro, dove il terreno della piscina confinava con il greto del fiume che, in quel punto, faceva una piccola ansa con una spiaggetta nascosta dai cespugli; tutti noi conoscevamo bene quel posto perché ci andavamo sempre a fare il bagno e a prendere il sole.
Un caldo pomeriggio d’estate mia sorella maggiore lancia l’idea di andare a fare il bagno al solito posto; subito si sparge la voce “c’è un adulto che ci accompagna al fiume” e in un baleno mia sorella si trova custode di un branco di ragazzini scatenati con gli asciugamani e i costumi addosso, pronti ad andare.
Appena arriviamo a destinazione però i nostri occhi vanno subito verso le piscine al di là della recinzione dove i “signori” sembrano divertirsi tanto.
Subito mi viene l’idea sfolgorante: siamo già in costume, tanto vale!
Devo dire che la mia idea è accettata subito all’unanimità sia dai ragazzini che da mia sorella: noi via, lei poteva stare in pace con il suo ragazzo senza la nostra esasperante presenza.
Detto fatto, diamo il via alla scalata del recinto. Come siamo all’interno siamo subito su e giù per gli scivoli delle piscine e nei vari giochi a disposizione: tanto è il divertimento che non ci accorgiamo che il tempo sta cambiando e si sta mettendo al brutto.
All’improvviso scoppia il temporale, uno di quei terribili temporali estivi con i lampi e i tuoni; i bagnini fanno andare tutti verso gli spogliatoi vicini all’uscita e noi siamo nella confusione più completa
- Come facciamo adesso? Non possiamo mica uscire così, noi negli spogliatoi non abbiamo niente… ci scopriranno… diranno tutto ai nostri genitori… chiameranno i carabinieri… mia mamma mi riempie di botte… possiamo uscire da dove siamo entrati… no, è pieno di personale adesso…
La mia mente lavora, lavora e mi viene un’idea:
- State calmi, non vi agitate, adesso nascondiamoci nei cespugli, poi come se ne vanno tutti, scavalchiamo la recinzione.
Così facciamo; appena non si vede più nessuno, via al di là del recinto, ma purtroppo di mia sorella e dei nostri vestiti che le avevamo lasciato in custodia nemmeno l’ombra.
Ci incamminiamo verso casa così e, attraversando la via principale del paese, dobbiamo sembrare un insolito corteo, coperti solo dai costumi e da piccoli asciugamani, bagnati fradici e con le facce preoccupate.
Nel frattempo i nostri genitori si erano messi in allarme per il nostro ritardo e quando ci videro arrivare in un primo momento ci abbracciarono felici e ci fecero fare un bel bagno caldo, ma la faccenda non finì là.
Il giorno dopo si riunirono tutti e decisero per noi una punizione comune: fino alla fine dell’estate basta bagni nel fiume, pomeriggi passati a studiare e vietato anche solo avvicinarsi alla piscina.

Dare una mano

di Liana, 5 Maggio 2009

Di come combattiamo il carcere presumo di aver detto quasi tutto. Ciò che forse non ho mai spiegato, oltre alla solitudine, l’amarezza e la nostalgia dei propri cari, è il cercare di non far crollare la propria dignità, schiacciata sotto il peso dell’impossibilità di far valere le tue ragioni. In carcere non si può fare nemmeno questo, pena un rapporto disciplinare. Non sto parlando di violenza o urla verso chi è preposto alla nostra sorveglianza, ma proprio il cercare di non sprofondare nella più assoluta disistima di noi stessi come persona individuale.
Il dover soggiacere, volente o nolente, a determinate prassi, per quanto assurde possano sembrare, è un continuo colpire la nostra probità. Ammetto che in un simile contesto non sia possibile fare distinzioni fra persona e persona (da notarsi che non dico da detenuto a detenuto, perché anche se  in carcere mi reputo e reputo anche gli altri persone, senza ombra di dubbio ci sono persone a cui allungare una mano significa essere attaccati). Però Gesù ci ha insegnato a porgere la mano anche al più umile e bisognoso di noi. Negi istituti penitenziari ci sono sen’zaltro persone neglette, ma ci sono altre che cercano di riscattarsi andando a scuola o imparando una professione. E altre che dicono: a che pro, visto che fuori sarò solo un ex detenuto. Si parla di carità cristiana, allora mettiamola in opera questa carità cristiana, dando una mano alle persone che sono cadute nella polvere, e aiutamole ad alzarsi. A volte, basta soltanto un sorriso e una parola buona.

Per la Trisoglio

di Sonia, 25 Aprile 2009

Ciao a tutti voi, ospiti della Casa di Riposo Trisoglio, ben ritrovati. Posso dirvi che sono molto contenta di scrivere a tutti voi. Vado avanti con le forse di Dio, che mi dà forza e coraggio ogni giorno.
Mi avete sempre scritto e vi ringrazio, siete delle persone meravigliose, vi ammiro moltissimo. Una cosa ve la voglio promettere, quando sarò fuori di qui, verrò a farvi visita. Voglio conoscere tutti voi, e ringraziarvi di persona, uno per uno, perché mi avete aiutato tantissimo e mi avete regalato il sorriso. Vi voglio bene tanto, a tutti. Che dio vi benedica.
Un abbraccio e un bacione a Fiorentina, Antonia, Rosaria, Gina, Francesca, Giuseppina, Rosa, Carlo, Piero, Valeria, Elia, Caterina, Ulisse, Verina, Angiolina, margerita, Giale, Irma, Suor Anna, Lidia, Olga, Margherita, Giuseppina, Carolina, Rita, Giulia, Teresa, Celeste, Maria, Michele, Giovanna.
La vostra amica Sonia. Ciao e a presto.

Le persone che capiscono

di Sonia, 7 Aprile 2009

Ciao Maurizio,
grazie di tutto cuore per le belle parole che mi hai scritto. Tu scrivi sempre parole che riescono a dare forza, coraggio, tranquillità, serenità. Oggi giorno trovare delle persone buone che capiscono tante situazioni è molto difficile, credimi. Nella vita ci sono più persone che non capiscono e poche persone che capiscono la situazione. Ti ringrazio per le condoglianze. Stai tranquillo, io sono forte e vado avanti. Ho la fede in dio, la mia famiglia, il mio compagno, le persone che mi vogliono bene, la mia cagnoglina e le persone del blog, come te. Spero che la nostra amicizia continuerà anche fuori di qua. Tu come stai? Spero bene, ti mando tanta serenità, tranquillità, salute. Un grosso abbraccio e un bacione. Grazie, ciao amico mio. Alla prossima.
Ciao ciao.

Sonia.