3 febbraio 2016

Laboratorio scuola

Laboratorio Scuola 2017

La scuola è da sempre luogo di formazione e informazione. Una delle sue finalità è stimolare gli studenti a conoscere ciò che è distante dalla loro quotidianità, ma che esiste come parte integrante della società in cui viviamo. Per questa ragione siamo convinti che sollecitare un dibattito sul tema della detenzione, dell’emarginazione e del disagio possa costituire un’esperienza importante di crescita personale.
Così abbiamo sviluppato un percorso per le scuole medie inferiori e superiori: un ciclo di incontri finalizzato alla conoscenza della dimensione detentiva, con riflessioni guidate da esperti  professionisti, commentando anche i post che le persone detenute scrivono per il blog.

Un secondo laboratorio completa poi il precedente, accompagnando lo studente all’incontro con le persone detenute, autori del blog. Crediamo infatti che l’esperienza diretta, con chi viva da dentro il mondo detentivo, aiuti il giovane fuori a costruirsi in modo critico un giudizio non solo riguardo il carcere, ma in generale sul modo in cui la nostra società considera il reato, la condanna e la riabilitazione.

Dal 2012 abbiamo attivato due laboratori in quattro istituti del territorio torinese: “Norberto Bobbio”, “Lagrange”, “Mazzarello” e “Bosso-Monti” – coinvolgendo più di duecento studenti.

Per ricevere informazioni rispetto ai laboratori potete contattarci scrivendoci all’indirizzo dentroefuori@ilcontesto.org.

Pensieri dai laboratori scolastici

Pubblichiamo i pensieri di una nostra attivista a seguito degli incontri che portiamo avanti da tre anni con i ragazzi della scuola Bosso Monti con il progetto: “Se mi conosci mi comprendi”

Quando entriamo in classe per i laboratori gli alunni si alzano in piedi e ci dicono «buongiorno», noi sorridendo facciamo risedere tutti, non abbiamo bisogno di quel gesto… Penso che la mia presenza non abbia bisogno di un così rumoroso e palese riconoscimento, so che il mio ingresso in quell’aula viene comunque notato, allo stesso modo in cui io noto qualsiasi ingresso in aula e non ho bisogno di un così forte gesto di riverenza. Istintivamente poggiamo le borse sulla cattedra, ma subito rompiamo quel Luogo, spezziamo quella routine di posti prestabili, di ruoli già decisi, di distanze già delineate, spezziamo la forza della verticalità e chiediamo agli studenti di disporsi in cerchio. Diamo spazio e tempo al cambiamento, il rumore dei banchi, le sedie che si alzano, le grida e i sorrisi di quei movimenti poco consentiti; immobili, osserviamo con un cenno di sorriso il rumore del cambiamento, il cambio di scena, e quando ognuno avrà scelto il suo posto, si apre il sipario.

Prendiamo le sedie e ci sediamo anche noi nel cerchio. Ora è completo, chiuso. Quel cerchio crea un non-luogo, crea un vuoto, pronto ad essere riempito; nudi, entriamo in contatto con l’altro, senza strumenti di mediazione, senza un banchetto, senza una cattedra, senza il compagno della fila davanti che possa celare un po’ la mia identità. Io, tu, tutti creiamo un noi da quell’energia che fuoriesce dal non-luogo, un’energia che a raggiera confluisce verso il centro e di cui tutti possono usufruire, non ci sono vie d’uscita, il cerchio si chiude, come se uno specchio fosse posto al centro, pronto per ricevere tutti i raggi e pronto per rifletterli riportandoli ai mittenti… Parliamo e ci ascoltiamo, ascoltiamo le parole e i silenzi, ascoltiamo i sospiri e i gesti, le angosce e le risate, gli sguardi bassi e le prepotenze, le convinzioni e le certezze, le lacrime e le insicurezze, le paure e le sopraffazioni, le sofferenze e le solitudini, le cattiverie e le sensibilità, le passioni, le ideologie, le voglie, le idee, gli obiettivi, perché quando entri in un cerchio con 20 studenti tra i 16 e i 21 anni è questo quello che senti. Quando puoi sedere in cerchio con loro, quando capiscono che alzarsi in piedi come saluto non è importante, quando ti guardano come una di loro anche se sei più vecchia, quando capiscono che quel Luogo che conoscevano non esiste più, capisci che è un onore essere lì, capisci che è il momento di un inizio, il seme gettato fiorisce, il non-luogo prende forma e i pensieri viaggiano e fluttuano orizzontalmente, nessuno conduce né si fa condurre, nessuno guida o viene guidato e qualsiasi ruolo che nasca all’interno di quel cerchio è perché qualcuno quel ruolo se lo è conquistato, con le parole, gli sguardi, i silenzi e ogni ruolo è tanto degno quanto un altro, ogni ruolo è fondamentale per la creazione di quel non-luogo…
È vero, se ci diciamo che non importa chi siamo noi e chi sono loro, non ci siamo neanche detti di che parliamo, perché in realtà non lo sappiamo… Parliamo delle nostre vite, parliamo delle nostre paure, parliamo dei nostri scheletri nell’armadio, che pian pian escono tutti e popolano quel vuoto, a spintoni o silenziosamente occupano un posto in quello spazio, e ogni tanto qualcuno si alza e si mette in discussione. Perché parlare di luoghi di contenzione è parlare di noi
Il senso del giusto, il concetto di controllo, reato, pregiudizio, detenuto, giustezza, stigma, cattiveria, punizione, presunzione, sbagliato, segregazione, disagio, inadeguatezza, rabbia, ingiusto, tristezza, bambini, odio, madri, rancore, vendetta, giusto, valori, egoismo, approvazione, appartenenza, ingiusto riconoscimento, errore, corretto, povertà, giusto parole parole parole fino a che qualcuno non rompe il cerchio, prepotente il suo corpo, regge, prende forza e vita, si anima, eretto inter-rompe l’energia, crea un buco in quella circonferenza, alzandosi e andando via. Come una scia luccicante, l’energie che erano lì nel centro vengono risucchiate dal suo movimento, noi silenziosamente e immobili le osserviamo, rimanendo soli, seppure in compagnia, con le nostre domande, i nostri pensieri, i nostri dubbi…
Aspettiamo il suo rientro consapevoli che da lì ri-nascerà una nuova rotta del nostro essere, consapevoli che il suo ri-entro sarà ancora più ricco della sua uscita, consapevoli che la rott(ur)a di quel discorso ne creerà un altro ancora più tumultuoso. Siamo menti in movimento, menti pensanti in guerra emotiva, mettiamo in campo i nostri saperi, in attesa di un ri-sapere più forte, più ricco, più intenso, pronti a ri-modularci, ri-modellarci, ri-osservarci, capaci di ri-(re)agire a quei luoghi e ri-formarci un non-luogo di scambi.
Creiamo i non-luoghi.