di Bama,
28 Luglio 2008
Ciao Marta M., farti aspettare ancora un anno per risponderti è da persona sadica, ci sono persone come me quarantatreenni che amano coltivare il bimbo che è in loro, e i bambini sono sempre belli anche quando per ingenuità dicono cose che possono ferire un loro compagno… ma poi si sa tornano a giocare insieme, quindi viva l’animo infantile, ricordando però che siamo grandi e che nelle questioni serie dobbiamo essere tali.
Siamo quindi entrambi maggiorenni mi par di capire; io sono un cattolico non praticante, ogni tanto quando mi parte la brocca lancio qualche “porco…e porca…” ma chi se ne fotte, della filosofia buddista non m ne sono mai occupato, ma vengo ad una tua frase.
Io da ragazzo per pochi mesi sono stato a Firenze, vivevo facendo il madonnaro, ero giovane, ambizioso e idealista, forse ci ritorno, il mondo è piccolo, può darsi che ci si incontri in terra toscana e tu potresti apprezzare un mio disegno e donarmi un centesimo. Ti piace l’idea?
Ciao, Maurizio
di Pierrot,
24 Luglio 2008
Pierrot, un detenuto della sezione Prometeo, ha raccolto nel cortile del carcere il gatto Ciccio, ha scoperto che sa parlare e ha deciso di raccontare a lui quello che non ha mai raccontato a nessuno, la storia della sua vita.
Si Ciccio, bravo hai già capito, superato l’imbarazzo cominciammo a baciarci sul serio, come facevano i grandi, l’unica cosa che entrambi provavamo oltre il piacere di quella splendida sensazione che sembrava avvolgerci in un calore indescrivibile era la paura di essere scoperti… E ogni volta che le nostre famiglie si incontravano noi cercavamo dei nascondigli dove affinare la tecnica, raccontandoci come baciavano i rispettivi partner. Le risate erano tante, ma ci sentivamo nelle compagnie come i pionieri del vero bacio.
“Come pionieri?”
Nel senso che eravamo tra i primi a saper baciare, e credimi, almeno per me era un vantaggio, perché molte ragazze mi chiedevano di provare con me.
“Ti divertivi?”
Ero al settimo cielo… Io non so come possa essere, ma quando sei felice, troppo felice, qualcosa è in agguato dietro l’angolo.
“Cosa vuol dire?”
Ora ti spiego. Sapendo baciare avevo tante ragazze, e sai a quell’età era un vanto, ma voleva anche dire avere tante invidie, ed essendo impegnato con questo non pensavo più a ciò che mi era accaduto…
Le sorelle e uno dei fratelli di mio padre abitavano tutti vicino, e spesso andavamo a trovarli, quasi ogni settimana mio zio mi trattava sempre bene, mi dava i soldi per andare al bar e giocare ai videogiochi, gli volevo bene, lo sentivo vicino come un padre…
“Perché ti fermi?”
Scusa Ciccio, ho bisogno di fumare una sigaretta.
“Hai la faccia uguale a quando…”
Ti prego Ciccio, dammi spazio. Un attimo in silenzio….
“Stai piangendo.”
Ciccio ti prego, non è un buon momento…
“Capisco, alcune volte è più utile il silenzio.”
Scusa…
(22. Continua….)
di Pierrot,
20 Luglio 2008
Un’altra puntata dei dialoghi con il gatto di Pierrot.
“Allora hai anche un fratello oltre a due sorelle?”
Non proprio, Ciccio, avrei dovuto avere un fratello, ma poco dopo la nascita, e non ho mai saputo se subito o nel primo anno di vita, prese una polmonite. In quel tempo si moriva da piccoli, o non so… Comunque eravamo alle prime cotte, ai primi amori platonici, fatti più di gesti e parole che di altro. In quel periodo, i miei fraquentavano dei parenti che, non so per quale motivo, non avevo mai visto. Erano parenti da parte di mia madre.
“Non capisco…”
Nemmeno io, Ciccio, diciamo parenti e basta, avevo due cugine, una più grande e una della mia età, ci vedevamo sovente, cene, sabati e domeniche, finché non entrammo in confidenza. Con noi c’erano sempre anche altri parenti, eravamo sempre cinque, sei macchine, e si andava nei campi verdi, così mentre noi giocavamo loro raccoglievano cicoria.
“Che cos’è la cicoria?”
E’ un’insalata che cresce naturalmente. Ma, tra i giochi e le mangiate, io e lei eravamo sempre più vicini. Eravamo entrambi nella stessa fase, io con le ragazze, lei con i ragazzi.
“Come anche lei?”
Nel senso che oltre al bacio labbra su labbra non si andava per inesperienza, e in altri casi per paura, credo da parte di entrambi, di fare brutta figura. Nel parlare si cominciò a ridere, ma anche ad incitarci a provare, prima baciando ognuno la sua mano, poi con una, ora non ricordo se una bambola o un pupazzo, ricordo che comunque usavamo qualcosa… Ma più si andava avanti, più il desiderio di sapere cosa pensava e sentiva l’altro si intensificava. Ma come sapere se baciavamo bene o no, con chi provare se non tra di noi. Al primo sfiorarsi delle labbra l’imbarazzo di entrambi si poteva tagliare con un coltello.
“E così che hai imparato a baciare.”
(21. Continua…)
di Bama,
15 Luglio 2008
Paliamo di nuovo di amicizia. Aristotele la riteneva una virtù e una cosa assolutamente necessaria. Ci sono varie amicizie ma io vi parlerò delle tre più comuni e che talvolta vengono confuse: l’Amabile, la Piacevole, l’Utile.
- Coloro che si amano tra loro per l’utile non amano per se stessa, ma perché entrambi ne beneficiano, lo stesso vale per coloro che si amano per piacere; quindi chi ama per l’utile ama per il proprio bene e chi lo fa per piacere lo fa per se stesso e non per la persona che ama ma perché è utile o piacevole. Se infatti non sono più piacevoli ne’ utili finisce anche l’amicizia.
Tra i giovani esiste in seguito al piacevole, questa vive secondo la passione e per ciò che piace o è immediato, ma con il cambiare dell’età le cose piacevoli diventano altre, per cui l’amicizia insieme a ciò che è piacevole. La terza, quella utile, si commenta da sola.
- Perfetta è l’amicizia dei buoni e di coloro che sono simili secondo virtù. Sono amici coloro che per gli amici vogliono ciò che è bene per gli amici stessi, senza secondi fini. Questa amicizia è stabile poiché si congiungono in essa tutti gli elementi che ci vogliono tra amici: la bontà, il piacere, l’amore assoluto, finché si è simili in tali cose l’amicizia sarà ottima.
Infatti è impossibile essere amici prima che ciascuno si sia mostrato amabile all’altro e se ne sia conquistata la fiducia.
Tante sono poi le circostanze amichevoli, e a vote anche i luoghi ne fanno parte, come coloro che sono divisi dai luoghi non agiscono ma si trovano in una condizione amichevole (infatti i luoghi non sciolgono l’amicizia, soltanto la pratica), non ho più spazio e il succo aristotelico è questo.
- L’amicizia è comunione, come ci si comporta con se stessi così ci si comporta anche con l’amico, non solo è necessaria ma anche bella ,e nessuno sceglierebbe di vivere senza amici anche se possedesse tutte le altre cose, dunque indispensabile in ogni fase umana.
L’amicizia fondata sul piacere e sulla convenienza inevitabilmente finisce. Quella fondata sulla virtù durerà e darà anche effetti benefici collettivi.
A tutti voi con amicizia.
Bama
di Pierrot,
12 Luglio 2008
Pierrot intrattiene il gatto Ciccio con un racconto sui tempi della scuola…
Finalmente ero in prima media. A sentire molti era un traguardo, un qualcosa di cui essere contenti per averlo raggiunto. Invece per me era un qualcosa di faticoso, dovevo stare in mezzo agli altri ma non ero capace di guardarli negli occhi.
Così indossai una maschera per nascondermi. Ero un clown, un buffone, facevo ridere tutti, ero capace di far gioire chiunque, di donare al suo volto il sorriso. Ed era proprio attraverso la dirompente giocosità che nascondevo il mio incubo peggiore.
“Andavi bene a scuola?”
Eh, magari, passavo dalle sette alle otto ore fuori dalla classe, conoscevo meglio i bidelli dei miei insegnanti, e anche la preside la vedevo spesso. Tornavo a casa ogni giorno con sei, sette, cinque note per volta, tolte quelle sul registro, e ogni giorno erano botte da orbi…
“Che significa, che chi te le dava non vedeva.”
Ma cosa dici, è un modo di dire, cioè è quando le prendi senza sapere da dove arrivano e quanti sono a dartele, pur sapendo che è uno solo. Ho preso botte con tutto quello che si può prenderle, pugni, calci, le ho prese con battipanni, cinghie, addirittura vi è stato un periodo in cui il tetto davanti al balcone era un cimitero di oggetti. Infatti, appena tornavo da scuola buttavo sul tetto le cose con cui rischiavo di prenderle. Ricordo anche che quando mio padre arrivava lo facevo impazzire attorno al tavolo della cucina.
“Come attorno al tavolo?”
Avevamo un tavolo rotondo, di quelli apribili, e io ci giravo attorno per non farmi menare, e anche quando lui lo spingeva contro il muro io ci passavo sotto, ma questo lo infuriava ancora di più.
“E ti prendeva”
Sì, eccome se mi prendeva, una volta dovetti raccontare all’insegnante che ero caduto dalle scale, ma erano state le botte.
“E perché non l’hai detto?”
Perché era la mia famiglia, e perché quello sporco ero io, e meritavo tutto quello… Capitava anche che i miei per lavoro stavano fuori, e io dovevo guardare le mie sorelle, e se rompevano qualcosa giocando quando rientravano ero io a prendere le botte…
(20. Continua…)