Ricordo benissimo.
Era una giornata ancora fresca, ma con un bel cielo azzurro. Me ne stetti un bel po’ sul balcone, al sole come una lucertola, fu quando tornai dentro che mi colpì un brivido in corpo.
Mi portai all’angolo della stanza. Tremante. Lei era tornata.
La prima cosa che pensai fu “strano”; il brivido passò, poi tornò. Cercai di non pensare: un po’ di ginnastica mi farà bene. Ma lei era ancora là.
La luce entrava nella stanza, ma non sentivo più il fresco della giornata. Un sudore freddo invadeva la mia fronte, e acide le sue gocce bagnavano i miei occhi. Mi colse all’improvviso, non riuscii a trattenermi. Senza quasi rendermene conto mi trovai chino a toccare il pavimento. Ora le mie mani erano umide del mio vomito, e l’odore acre e sgradevole che colpì il mio olfatto, penetrando prepotentemente nelle mie narici, arrivò come un proiettile nel cervello.
Erano passati cinque giorni e lei, la carenza, non se n’era mai andata.
Ora sto vivendo una dimensione conosciuta, ma da molto tempo mai più praticata. Ho detto basta ad ogni anestetico, mi rendevano apatico, ma ciò che sto usando faccio fatica a capirlo.
Disegno, leggo, scrivo, l’eccitazione è tanta, e il tutto lo faccio con un’energia che non rammantavo di avere.
Mi torna in mente un commento di Alì, “quando ti sveglierai dall’essere sveglio”… Mi sono svegliato. I brividi sono gli stessi, ma diversi, respirando la droga della vita. Questo è un terreno tortuoso, pieno di trappole e dolore, pieno anche di bene e amore, e io non so come fare.
Tra poche settimane uscirò. Potrei non farcela, e allora ripendo ai miei novanta secondi.
Mi date una mano a capire il senso della vita.