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Spugna o conchiglia

Giovedì 15 Marzo 2007

Cucù!
Chi sono?
Giancarlo.
Forse.
Dico forse perché il teatro ha destabilizzato l’intera sezione, forse in positivo. Continuo a dire forse perché sul blog non si scrive che di teatro e dello stesso solo si legge. Ora dico basta. Grazie a quelli che sono venuti, bravi a tutti quelli che l’hanno fatto, però il mondo va avanti lo stesso e con esso dobbiamo andare avanti anche noi.
Fatta questa premessa, ora vado a darvi la risposta al quesito che vi ho posto. Chi vorresti essere tra una spugna e una conchiglia con una perla rara?
Io vorrei essere e sono una spugna.
Il perché è presto detto. La spugna assorbe e lascia entrare e uscire ciò che ha assorbito. Se la paragoniamo al nostro cervello, questo vuol dire che la spugna è aperta e libera, la perla invece è racchiusa in una conchiglia e, anche se rara e bella, è fine a se stessa. E’ come un’intelligenza superiore, ma chiusa, che non vede e non lascia entrare altro. Quindi a cosa serve?
Quindi d’ora in poi chiamatemi “Spugna”.
No, scherzo.
Con affetto vi abbraccio e ringrazio.
Giancarlo

E voi lettori, siete spugna o conchiglia?

Scegliete

Sabato 10 Marzo 2007

Voglio farvi una domanda. Se poteste scegliere di essere una di queste due creature marine, una spugna o una conchiglia con una perla rara, quale delle due vorreste essere?
Presto vi dirò cosa vorrei essere io.
Ciao, Giancarlo

Capitano di me stesso

Lunedì 5 Marzo 2007

Sono sempre io, Giancarlo.
Per Fabrizio.
Nello spettacolo non ero il Capitano e sinceramente non sarei riuscito a fare bene quella parte, io ero solo l’Innamorato, parte che mi si addice di più perché io sto amando tutto ciò che sto facendo qui: dal teatro al lavare le pentole o ritinteggiare la cella di un compagno.
Ci è stato chiesto di scrivere le nostre impressioni sul teatro e spero che tutti scrivano qualcosa, sarà bello leggere e commentare cosa ci ha lasciato questa esperienza. A me personalmente la cosa che è piaciuta di più è stata la voglia che abbiamo messo tutti per riuscire a realizzare ciò che abbiamo fatto. Per chi non ha visto lo spettacolo dirò che abbiamo fatto una cosa che per qualcuno è impensabile, cioè lavorare tutti insieme (undici detenuti e, penso, venticinque tra attori, musicisti, tecnici, regista). Questo abbiamo fatto. E vi assicuro che non è stato facile ma è sicuramente una delle esperienze più belle a livello umano.
In questo momento sto ridendo al pensiero della prima volta che ci siamo visti: la tensione si tagliava, tutti avevano le barriere ben alzate e non solo chi entrava per la prima volta in carcere, forse le barriere le abbiamo alzate di più noi. Pensare ed accettare che professionisti entravano e lavoravano con noi. Credo che molti di noi avranno pensato: “ma questi che diavolo vogliono e chi li ha portati qua; io voglio farmi la mia galera in pace”. Poi pian piano ho visto cadere tutte le barriere, una dopo l’altra e quando è finito tutto forse ci ha salvati solo la barca o la zattera. Perché le lacrime sono cadute a fiumi (forse dire a mari è più indicato). Questo mi ha lasciato questa esperienza, che forse il mondo ha ancora una speranza, se riusciamo ad avere meno pregiudizi e ogni tanto crediamo che un’utopia diventi realtà.
Capite ora perché mi era più indicata la mia parte? Io posso essere solo il capitano di me stesso, vi assicuro che è difficile; sicuramente amare qualcuno per me è la cosa più semplice, e a volte più comoda, perché è facile amare, molto più difficile è amarsi, ma d’ora in poi sarà un po’ più semplice farlo.
Ora vi saluto tutti, grazie per ciò che scrivete e di conseguenza di come mi fate sentire leggendovi, vi voglio bene: per me è facile, è una battuta, ma è vero.

Giancarlo

p.s. - per Giò – tu riesci sempre a sorprendermi, questo è un buon spunto per continuare a scriverci. Senza polemica, OK.

Mettersi in discussione

Mercoledì 28 Febbraio 2007

Ciao, eccomi di nuovo qua, tutto per voi cercando di dare sempre il meglio a livello umano perché con le vostre risposte riuscite a farmi stare bene, quindi grazie. E se avete letto l’ultima cosa che ho scritto sapete perché l’ho voluta scrivere e di conseguenza sapete il valore che do a questa parola. Ora vi dico perché per me è importante: da piccolo mia madre mi diceva di dire grazie e prego perché queste due parole fanno sì che chi riceve e chi dà si senta a proprio agio in qualsiasi posizione che si assume in un determinato momento; la mia mamma era poco istruita ma sicuramente era di una intelligenza sopraffina e di una sensibilità straordinaria. Ma non divaghiamo, ora vi dico dove e come l’ho letto. L’ho letto su “Buddismo e società” grazie ad una mia compagna di fede, Tiziana, che viene in carcere a sostenerci e praticare con noi. Grazie a te, Tiziana, e a tutti quelli che come te ci danno una mano concreta. Grazie alla Soka Gakkai e a tutti i suoi membri.
Se sono qui alle due di notte a scrivere è perché per me è stata una giornata molto dura e scrivere mi aiuta a scaricare ma soprattutto a rimediare se cado nell’incoerenza o faccio qualche errore (basta rileggere). Forse sto cadendo nel banale ma è ciò che riesco a scrivere in questo momento, e spiegarvi ciò che sto passando è troppo lungo e noioso, vi dico solo che sono cose che succedono nelle convivenze forzate. A volte si discute ma poi si rientra in cella ed ognuno fa i conti con se stesso e, o che si guardi la TV o che si dorma, prima di farlo, di sicuro pensi a cosa hai fatto e dato. La giornata appena trascorsa per me è sempre positiva perché mi sono messo in discussione e questo è sempre positivo.
Grazie dello sfogo.
Giancarlo.

Ancora io

Lunedì 26 Febbraio 2007

Oggi ho letto una frase che voglio dedicare a tutti quelli che leggono questo blog.

Quando pronunciamo o udiamo questa parola il cuore lascia cadere le difese e cominciamo a comunicare a un livello profondo.

Grazie contiene il rispetto per l’altra persona, nasce dal coraggio e dall’umiltà. Possiede ottimismo. Possiede forza.

Quando non sappiamo dire grazie la nostra crescita personale si blocca e vediamo solo le colpe degli altri.
Quando invece decidiamo di dirlo ritroviamo grandezza e dignità in noi e nell’altra persona.

Grazie è l’essenza
della nonviolenza.

Il dove e il chi mi ha fatto leggere questa frase è un’altra storia.

Grazie. A presto. Giancarlo

L’isola che non c’è (esiste)

Mercoledì 14 Febbraio 2007

Ciao, sono sempre io. Ma chi? Ma Giancarlo! Come state? Spero benissimo, io malgrado qualche problema bene.
Sono le cinque del mattino e mi sono appena svegliato - dopo aver dormito pochissimo, poi vi spiego il perché - e stavo rileggendo quanto ho scritto in queste ultime settimane. Ho scritto così tanti pezzi che non so quale mandare in rete (se i volontari faranno il loro dovere). A differenza delle altre volte, questa volta darò un titolo a quello che scriverò ora, tutto nuovo e di getto.
Lo sto dedicando a voi, ma soprattutto a me e ai miei compagni.
Cominciamo.

L’isola che non c’è (esiste)

Voi sapete dov’è situata geograficamente e in quale posto del mondo si è scoperta la sua esistenza. Per chi non l’ha capito ve lo dico io, è alle Vallette, il carcere di Torino, è la sesta sezione del blocco A, la Prometeo. Magari vi chiedete che cos’ha di speciale questo posto. Presto detto. Abbiamo fatto di un’utopia la realtà.
Pensiamo che un carcere, soprattutto quando è così grande, è un micromondo chiuso da delle sbarre, con i difetti (tanti) e i pregi (pochissimi) di quello che sta aldilà di queste. Qui c’è razzismo, c’è intolleranza religiosa, c’è il non rispetto delle persone che hanno usi e culture diverse; cioè, qui come fuori regna l’ignoranza e il pregiudizio. Ecco, noi allora alla Prometeo abbiamo abbattuto tutte queste barriere sia generazionali che culturali e religiose. Più semplicemente, abbiamo tolto dal vocabolario la parola “diverso”.
Da noi convivono ventidue persone che hanno dai ventisei ai sessantadue anni, con tre culture diverse, europea, nord africana e sudamericana, con ben quattro religioni diverse, cattolica, evangelista, musulmana e buddista, e nessuno prevarica l’altro.
Pensate, non sarebbe bello un mondo così, senza razzismo o guerre per o contro religioni diverse?
Io penso di sì. Ed ecco fatto! L’utopia è la realtà, l’isola che non c’è esiste, è la Prometeo.
Ora scusate ma devo continuare, perché ho altro da scrivere.
All’inizio ho scritto che è mattino presto e ho dormito poco. Il perché: ieri sera abbiamo portato a termine un obiettivo che c’eravamo dati sei mesi fa, abbiamo dato la settima e ultima replica di uno spettacolo teatrale pensato da noi con il regista Claudio Montagna, scritto da lui ma interpretato da noi undici assieme a venticinque attori professionisti. Vi posso assicurare che è stata una cosa stupenda, così almeno con le circa millecinquecento persone che sono entrate in carcere per vederci.
Quindi fatemi dire: grazie ragazzi.
Siamo grandi.
Giancarlo

Altrove

Venerdì 9 Febbraio 2007

Purtroppo a volte ci ereggiamo a giudici troppo facilmente, perché ora si ha la brutta abitudine di non pensare da soli, ma ci facciamo condizionare da ciò che leggiamo o vediamo in TV. A questo proposito da un po’ di tempo a questa parte va in onda il programma più ipocrita e diseducativo che si sia potuto pensare.
Voi vi chiederete quale: “Altrove” di Costanzo. Purtroppo a certe cavolate la gente crede. Il messia della televisione italiana ha pensato bene di dare un’immagine delle carceri italiane tipo vacanze Valtur. Niente di più sbagliato, in carcere non si sta bene. L’armonia che regnava a Velletri era tutta una grossissima farsa. I detenuti si mandano “a quel paese”, bisticciano, si fanno male e a volte si suicidano. Quest’anno nelle nostre carceri ci sono stati diciotto morti tra suicidi e morti non accertate. Voi direte “non tanti”, ma sicuramente sempre diciotto di troppo.
Se io ho affrontato questo argomento è solo perché ogni volta che vedevo quel programma (mai più di un minuto) mi veniva il nervoso a pensare a cosa poteva pensare l’italiano medio. “Questi stanno bene”: sì, forse lì sì, ma perché Costanzo non è venuto alle Vallette oppure a Secondigliano, a San Vittore o addirittura all’Ucciardone? Allora forse chi è fuori avrebbe capito.
Chi lo dice è uno che non si lamenta per come sta. Io posso addirittura scrivervi, altri no.
Ora vi lascio con un affettuoso abbraccio.
A presto.
Giancarlo

Quello che il carcere mi ha dato

Giovedì 1 Febbraio 2007

Non so quante volte ho provato a scrivere qualcosa d’interessante, ma soprattutto non banale. Poi leggendo il post sulla rivista “Ragazze Fuori” ho pensato: l’argomento è così semplice da individuare che passa inosservato.
Vi chiedete ora: di cosa parlerà Giancarlo?
E’ presto detto, parlo di cosa mi sta dando il carcere. Molti penseranno che sono pazzo, perché di solito il carcere toglie, essendo una misura coercitiva e solo a volte educativa e riabilitativa. Una volta ho letto che la civiltà di uno stato si misura con l’efficienza delle sue carceri, e in Italia siamo al terzo mondo. A ragione allora direte voi, che cosa gli avrà dato il carcere?
E’ facile. Rapporti umani. Io qui ho trovato degli amici, persone così valide che faccio difficoltà a trovarne di simili fuori, e vi assicuro che io gente sana ne ho conosciuta.
La mia storia di vita è molto complessa. Ho attraversato tutti gli strati sociali e culturali. Ho conosciuto ricchi ed emarginati, laureati e analfabeti, ma poche persone valide come un paio di quelle che ho conosciuto qui. Gente che ha usato il carcere per cambiare radicalmente il suo stile di vita, ma soprattutto con umiltà ha cambiato il proprio io.
E scusate se questo è poco.
Io qui ho trovato nuovamente un senso al vivere, cosa che fuori non facevo più. So di essere stato fortunato perché qualcuno nel 1996 ha pensato di fondare la Prometeo, una delle prime sezioni attenuate per sieropositivi, e io a distanza di dodici anni qui ho trovato una ragione per provare a riprendermi la mia vita.

Ciao e grazie per l’attenzione. Giancarlo

Ancora sul perdono

Domenica 14 Gennaio 2007

Ciao, sono Giancarlo (sì proprio io) è un po’ che non ci sentiamo, a dire il vero non per colpa mia; io tutte le settimane ho continuato a scrivere ma per alcune circostanze negative non sono riuscito a far diffondere in rete i miei scritti quindi ora cerco di riassumere tutto ciò che avevo scritto.
Comincio col rispondere a Giò. Quando ho parlato di perdono sicuramente non ho parlato per averlo da qualcuno ma l’ho fatto per riuscire a perdonarmi, perché se non si perdona se stessi non si può certo perdonare gli altri, perché, parliamo chiaro, tutti abbiamo qualcosa da perdonarci e da perdonare e di conseguenza non possiamo avere la presunzione di dire questo lo perdono questo no.
Scusa la franchezza ma era una precisazione dovuta. Purtroppo a volte ci erigiamo a giudici troppo facilmente perché ora si ha la brutta abitudine di non pensare da soli ma ci facciamo condizionare da ciò che leggiamo o vediamo in TV.
Vi lascio con un affettuoso abbraccio. A presto.
Giancarlo

Il perdono

Domenica 19 Novembre 2006

Ciao, sono di nuovo io: Giancarlo. E’ con vero piacere che ho letto le vostre risposte su quel che ho scritto, e il consenso e la stima che mi avete concesso mi hanno spinto a continuare a raccontare questa mia esperienza. Ma soprattutto, voglio dirvi cosa penso del mondo carcere e della sua popolazione.
Voglio cominciare col dire che so d’essere in questo mondo perché ho commesso qualcosa che va contro la legge, ma soprattutto contro i miei valori e il mio modo di vivere. Forse voi vi chiederete perché allora non l’ho evitato. Se lo pensate avete pienamente ragione, ma a volte bisognerebbe andare oltre e cercare di capire se si riesce o no a perdonare. Ed è proprio questo che sto cercando di fare io, e vi assicuro che non è facile, soprattutto quando il giudice più spietato è il proprio Io, che non accetta, non perdona l’errore. Qui nel mio mondo attuale, quasi tutti hanno l’arroganza di scaricare le proprie colpe sul sistema o la società, sprecando il tempo a piangersi addosso, invece di trovare il tempo di fare autocritica e accettare i propri errori con umiltà, e soprattutto impegnarsi in un percorso di cambiamento personale, in modo che quando saremo fuori di qui non ricadremo nei meccanismi che ci portano a sbagliare.
Non fraintendetemi, io non sono nessuno per giudicare, né quantomeno per dispensare consigli, perché penso che i consigli si danno con cautela e si accettano con pazienza.
Questo è solo ciò che penso.
Poi, per il resto, se il lavoro che sto facendo su me stesso sarà buono, nel momento in cui sarò al di là delle sbarre, ci sarò anche io ad incoraggiare chi sta dietro.
Ora vi saluto.

Un abbraccio, Giancarlo.