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Una padrona per Ciccio

Giovedì 25 Settembre 2008

Pierrot vuole dare una notizia al suo gatto Ciccio, ma non sa da dove cominciare.

A proposito, a teatro c’erano anche l’insegnante di Artistica, con la quale ho un buon rapporto.
“Siete amici?”
No, Ciccio, è come ho detto, c’è un buon rapporto, lei è molto simpatica, anche se per salvaguardarla da ciò che la circonda alcune volte mi arrabbio, ma solo a fin di bene, non potrei arrabbiarmi con lei.
“Ma non è tutto vero”
Ma cosa dici, Ciccio…
“I tuoi occhi, amico”
Cosa?
“Sono come quando incontri…”
Fermati, fermati…
“Ma perché?”
Sai, Ciccio, c’erano anche i suoi occhi, ma sono rimasto alla larga.
“E perché?”
Non so, credo dipenda sempre da come mi sento, o meglio penso sia imbarazzo, e poi mi sento inopportuno, sono già in troppi ad avvicinarsi, quasi fosse una competizione a chi può parlarledi più. Io mi chiedo in quella gentilezza che solo lei sa trasmettere, come faccia a seguire l’accavallarsi di chi parla.
“Ma non le hai proprio parlato?”
Beh, sì che ho parlato con lei.
“E cosa vi siete detti?”
Sai, sei un bel curiosone…
“Perché?”
Così, Ciccio, così… abbiamo parlato di te, e del fatto che forse presto andrai a stare meglio, in uno splendido posto.
“Ma io là fuori ho paura”
Anche io Ciccio, e chissà che anch’io domani non trovi qualcuno che sappia volermi bene.
“Come fai a sapere che mi vorrà bene?”
Perché mi ha raccontato una cosa verso un altro animale e nel suo racconto esternava ammirazione per le cure che ha avuto verso di esso.
“E tu ti fidi?”
Sì, Ciccio, io mi fido senza nessuna riserva, e poi avrò tue notizie, e chissà che un domani non ci si possa incontrare…
“Meooo”
Ciccio m…
“D’accordo, d’accordo…”
Almeno mi hai fatto sorridere.
“Era proprio il mio intento”
Ora ho anche un gatto spiritoso… se volessi potrei condividere con più persone ciò che condivido con te, ma ognuno ha i suoi problemi, ognuno ha la sua carcerazione da fare, e non sarebbe giusto dare anche a loro questo peso. E poi chissà cosa potrei riportare a galla del loro vissuto, questo è sentirsi soli, del resto su questa terra siamo tanti quelli che, pur stando tra gli altri, si sentono soli.

(24. Continua…)

Siamo in guerra, signori!

Venerdì 12 Settembre 2008

Siamo in guerra, signori!
Siamo in guerra, sempre!
Siamo in guerra, tutti, nessuno escluso!
Viviamo la guerra nel tirare la cinghia, viviamo la guerra con ciò che vorremmo fare o dire e tacciamo. Viviamo la guerra persino quando siamo innamorati. Ma la guerra peggiore la combattiamo con il tempo che passa dentro uno specchio che riflette la nostra immagine, e nel suo trascorrere vorremmo essere tutti come Dorian Grey.
File alle poste, documenti urgenti all’anagrafe, code nei supermercati, versamenti (pochi!) e prelievi (troppi!) in banca… Guerra, tutto è guerra. Non voglio sembrare un tragico, e non lo somo, ma dipingo un quotidiano che ci rende robot insensibili all’apparenza, mentre dentro di noi vive quella lotta interiore che vorrebbe una giustizia equa…
Tossicodipendenti, alcolizzati, malati terminali, ma anche due genitori, una coppia che si deve sposare, due fidanzati, i vecchi, neri, bianchi, gialli, verdi, tutti siamo in guerra, ma non riusciamo più a riconoscerla poiché, come diceva un grande come Giorgio Gaber… La vita è la morte è spettacolo puro… La vita è la morte è spettacolo puro…
Eppure siamo tutti in guerra, sempre in guerra. Cominciamo a combattere ancora prima di scendere dal letto, cominciamo la nostra guerra già con la sveglia che suona, al mattino, una guerra invisibile ma pur sempre una guerra. La nostra è una geurra fatta di egoismo, di ipocrisia, di solitudine.
Quale allora, mi chiedo, è il vero campo di battaglia, è forse quello visto in televisione mentre mangiamo dei popcorn, oppure è quello che ogni giorno, affacciandomi alla finestra, osservo tra la gente?

A teatro

Lunedì 8 Settembre 2008

(In questa puntata dei Dialoghi con il gatto Pierrot prima si asciuga le lacrime di un pianto, racconta dello spettacolo teatrale tenuto dai detenuti della sezione davanti a un pubblico di “esterni”)

Ti chiedo scusa ancora una volta, ma non eri tu il problema, il problema ero io, era dentro di me, che già stavo vivendo quando non avevo ancora cominciato nemmeno a scriverlo.
“Capisco che deve essere qualcosa che ti ha fatto male.”
Sì, molto, Ciccio.
“Scusa, ma più di quello che hai passato?”
Sì, Ciccio, quello era stato orribile, ma ora… Scusa, ho ancora bisogno di fermarmi…
“Vorresti la psicologa”
Sì, Ciccio, avrei proprio bisogno di lei, di vedere quegli occhi che mi mettono sempre serenità e gioia, infondendo in me un coraggio che non conoscevo, ma che più di tutto mi danno libertà… Anche se quella sensazione, purtroppo, non riesco a tenerla in me molto a lungo, e appena torno a raccontarmi piombo nell’oscurità interiore.
“Meno male che oggi vai al teatro, anzi ti stanno proprio chiamando.”
Ci vediamo dopo.

“Come è andata?”
Non saprei. Dobbiamo ancora organizzarci bene, e vi è bisogno che ognuno impari bene il proprio ruolo, sai un conto è farlo tra noi, altro è doverlo inscenare innanzi a un pubblico che tiene i propri occhi sul palco, e su quel palco ci sei tu.
“Chissà quanta emozione…”
E sì, caro Ciccio, è veramente un’emozione molto forte, ma fortunatamente non mi blocca, anzi di solito mi sprona.
“Allora è andata bene”
Come ti ho detto non so, ma forse dipende dal mio stato d’animo con il quale sono sceso. Questo mio periodo è molto teso, mi sento nervoso, è come se dentro avessi il ticchettio di una bomba ad orologeria. Quello che posso dirti è che sono sicuro che verrà bene..

(23. Continua…)

Come pionieri

Giovedì 24 Luglio 2008

Pierrot, un detenuto della sezione Prometeo, ha raccolto nel cortile del carcere il gatto Ciccio, ha scoperto che sa parlare e ha deciso di raccontare a lui quello che non ha mai raccontato a nessuno, la storia della sua vita.

Si Ciccio, bravo hai già capito, superato l’imbarazzo cominciammo a baciarci sul serio, come facevano i grandi, l’unica cosa che entrambi provavamo oltre il piacere di quella splendida sensazione che sembrava avvolgerci in un calore indescrivibile era la paura di essere scoperti… E ogni volta che le nostre famiglie si incontravano noi cercavamo dei nascondigli dove affinare la tecnica, raccontandoci come baciavano i rispettivi partner. Le risate erano tante, ma ci sentivamo nelle compagnie come i pionieri del vero bacio.
“Come pionieri?”
Nel senso che eravamo tra i primi a saper baciare, e credimi, almeno per me era un vantaggio, perché molte ragazze mi chiedevano di provare con me.
“Ti divertivi?”
Ero al settimo cielo… Io non so come possa essere, ma quando sei felice, troppo felice, qualcosa è in agguato dietro l’angolo.
“Cosa vuol dire?”
Ora ti spiego. Sapendo baciare avevo tante ragazze, e sai a quell’età era un vanto, ma voleva anche dire avere tante invidie, ed essendo impegnato con questo non pensavo più a ciò che mi era accaduto…
Le sorelle e uno dei fratelli di mio padre abitavano tutti vicino, e spesso andavamo a trovarli, quasi ogni settimana mio zio mi trattava sempre bene, mi dava i soldi per andare al bar e giocare ai videogiochi, gli volevo bene, lo sentivo vicino come un padre…
“Perché ti fermi?”
Scusa Ciccio, ho bisogno di fumare una sigaretta.
“Hai la faccia uguale a quando…”
Ti prego Ciccio, dammi spazio. Un attimo in silenzio….
“Stai piangendo.”
Ciccio ti prego, non è un buon momento…
“Capisco, alcune volte è più utile il silenzio.”
Scusa…

(22. Continua….)

Imparando a baciare

Domenica 20 Luglio 2008

Un’altra puntata dei dialoghi con il gatto di Pierrot.

“Allora hai anche un fratello oltre a due sorelle?”
Non proprio, Ciccio, avrei dovuto avere un fratello, ma poco dopo la nascita, e non ho mai saputo se subito o nel primo anno di vita, prese una polmonite. In quel tempo si moriva da piccoli, o non so… Comunque eravamo alle prime cotte, ai primi amori platonici, fatti più di gesti e parole che di altro. In quel periodo, i miei fraquentavano dei parenti che, non so per quale motivo, non avevo mai visto. Erano parenti da parte di mia madre.
“Non capisco…”
Nemmeno io, Ciccio, diciamo parenti e basta, avevo due cugine, una più grande e una della mia età, ci vedevamo sovente, cene, sabati e domeniche, finché non entrammo in confidenza. Con noi c’erano sempre anche altri parenti, eravamo sempre cinque, sei macchine, e si andava nei campi verdi, così mentre noi giocavamo loro raccoglievano cicoria.
“Che cos’è la cicoria?”
E’ un’insalata che cresce naturalmente. Ma, tra i giochi e le mangiate, io e lei eravamo sempre più vicini. Eravamo entrambi nella stessa fase, io con le ragazze, lei con i ragazzi.
“Come anche lei?”
Nel senso che oltre al bacio labbra su labbra non si andava per inesperienza, e in altri casi per paura, credo da parte di entrambi, di fare brutta figura. Nel parlare si cominciò a ridere, ma anche ad incitarci a provare, prima baciando ognuno la sua mano, poi con una, ora non ricordo se una bambola o un pupazzo, ricordo che comunque usavamo qualcosa… Ma più si andava avanti, più il desiderio di sapere cosa pensava e sentiva l’altro si intensificava. Ma come sapere se baciavamo bene o no, con chi provare se non tra di noi. Al primo sfiorarsi delle labbra l’imbarazzo di entrambi si poteva tagliare con un coltello.
“E così che hai imparato a baciare.”

(21. Continua…) 

In prima media

Sabato 12 Luglio 2008

Pierrot intrattiene il gatto Ciccio con un racconto sui tempi della scuola…

Finalmente ero in prima media. A sentire molti era un traguardo, un qualcosa di cui essere contenti per averlo raggiunto. Invece per me era un qualcosa di faticoso, dovevo stare in mezzo agli altri ma non ero capace di guardarli negli occhi.
Così indossai una maschera per nascondermi. Ero un clown, un buffone, facevo ridere tutti, ero capace di far gioire chiunque, di donare al suo volto il sorriso. Ed era proprio attraverso la dirompente giocosità che nascondevo il mio incubo peggiore.
“Andavi bene a scuola?”
Eh, magari, passavo dalle sette alle otto ore fuori dalla classe, conoscevo meglio i bidelli dei miei insegnanti, e anche la preside la vedevo spesso. Tornavo a casa ogni giorno con sei, sette, cinque note per volta, tolte quelle sul registro, e ogni giorno erano botte da orbi…
“Che significa, che chi te le dava non vedeva.”
Ma cosa dici, è un modo di dire, cioè è quando le prendi senza sapere da dove arrivano e quanti sono a dartele, pur sapendo che è uno solo. Ho preso botte con tutto quello che si può prenderle, pugni, calci, le ho prese con battipanni, cinghie, addirittura vi è stato un periodo in cui il tetto davanti al balcone era un cimitero di oggetti. Infatti, appena tornavo da scuola buttavo sul tetto le cose con cui rischiavo di prenderle. Ricordo anche che quando mio padre arrivava lo facevo impazzire attorno al tavolo della cucina.
“Come attorno al tavolo?”
Avevamo un tavolo rotondo, di quelli apribili, e io ci giravo attorno per non farmi menare, e anche quando lui lo spingeva contro il muro io ci passavo sotto, ma questo lo infuriava ancora di più.
“E ti prendeva”
Sì, eccome se mi prendeva, una volta dovetti raccontare all’insegnante che ero caduto dalle scale, ma erano state le botte.
“E perché non l’hai detto?”
Perché era la mia famiglia, e perché quello sporco ero io, e meritavo tutto quello… Capitava anche che i miei per lavoro stavano fuori, e io dovevo guardare le mie sorelle, e se rompevano qualcosa giocando quando rientravano ero io a prendere le botte…

(20. Continua…)

Quelle estati in Sicilia…

Domenica 6 Luglio 2008

Un’altra puntata dei dialoghi in cella tra Pierrot e il suo gatto Ciccio, raccolto nel cortile del carcere.

Finalmente quel ragazzo andò via, andò via da casa, ma non da dentro di me. Come ti avevo detto, ogni anno finite le scuole andavamo in Sicilia per un mese, e poi si tornava. Ricordo ancora i viaggi in treno, non avevo mai visto tante persone ammassate una sopra l’altra, quando il treno entrava in stazione le persone salivano dai finestrini per occupare gli scompartimenti. Era peggio di uno sciame di locuste, ma allo stesso tempo lo trovavo divertente. Poi, se una volta partiti, dovevi andare al bagno, quando aprivi ci rinunciavi, nel corridoio tra persone e valige non c’era nemmeno lo spazio per mettere i piedi.
In seguito, il viaggio lo affrontammo insieme con la macchina, ma credimi, il risultato non cambiava, tranne che eri più comodo. L’autostrada era un formicaio nel pieno della frenesia, code interminabili che non sapevi dove cominciavano e dove finivano, anche se i miei occhi erano assorti dai mille paesaggi che lentamente scorrevano, di regione in regione.
Una volta arrivati, tra escursioni al mare e feste di paese, era già il tempo del rientro e di ricominciare le scuole.
Tornare a Torino era uguale che tornare a ciò che avevo vissuto, non erano passati molti mesi, e dormire in quella stanza, in quel letto, era un pugno nello stomaco. Quando si spegnevano le luci io cominciavo a tremare e altre volte a piangere, nel silenzio, a piangere dentro…

(19. Continua…)

La musica degli anni ottanta

Giovedì 3 Luglio 2008

Il gatto Ciccio ha chiesto a Pierrot se non sarà poi stata una cattiva idea chiedergli di raccontare la sua storia…

Non temere Ciccio, c’è tanta cattiveria tutto intorno e spesso tutti fingiamo di non vederla. Vorrei non sentire questo pianto dentro me, quindi come puoi sentire, tutto questo non che essere la vita, la mia vita, e anche se sto soffrendo, ora che mi sono trovato, non voglio più perdermi…
“Perché dici che ti sei trovato?”
Perché ora so chi sono, cosa sono, ma soprattutto cosa voglio.
“E prima non lo sapevi?”
Non è che non lo sapessi, ma era come se vagassi nell’immensa distesa desertica, con il sole che mi cuoceva la testa e ciò che vedevo e incontravo non era altro che miraggi pronti a svanire come fumo….
“Credo di aver compreso, molte delle cose che dici le ho viste in televisione e quindi comprendo di cosa parli e del tuo darmi aneddoti che riguardano la vita e le sostanze.”
Il vero io non mi permetterebbe mai di parlare così sinceramente, ma da quando è arrivato Pierrot tutto è diverso. Lui dice ciò che è vero, non ha vergogna nè paura verso ciò che è stato il vivere… E poi ci sei tu, che mi sproni con la tua curiosità, con il tuo voler conoscere, e vi sono anche due occhi che mi hanno parlato e che sono come acqua alla sorgente. Limpida e pura…
“Come mai hai rimesso la solita musica anni ottanta?”
Perché mi aiuta nei ricordi, e quindi ora possiamo andare avanti, mi sento meglio alleggerito. Non potrei mai raccontarti tutto d’un fiato ciò che è stato, e qui tra il teatro che faremo e il resto ho molto da distrarmi. Ma ora eccomi, ora ripartiamo…

(18. Continua…)

Piansi la mia vergogna

Lunedì 23 Giugno 2008

Nell’ultima puntata dei Dialoghi con il gatto, Ciccio ha chiesto al suo padrone come faccia a non arrendersi mai.

Mio caro Ciccio, non è poi così vero che non mi sono mai arreso, ho avuto molti periodi di resa, altri di lotta e molti di stallo, cioè periodi in cui non lottavo ma nemmeno mi arrendevo, ma tutto questo è cominciato più con l’uso di varie droghe, un contrasto interiore che mi ha tormentato…
“Come sei finito nella droga?”
Aspetta Ciccio, devi avere pazienza, come ti ho detto, se salto qualcosa c’è il rischio che tu non capisca e io appaia solo come un tossico, un drogato, ma questo modo di essere, che pur non rinnego, è solo la conseguenza delle mie incapacità, paure, vergogne. Quindi sia chiaro: non do colpa a nessuno, ma solo alla mia incapacità di reagire… Ora lascia che prosegua da dove eravamo rimasti, e cioè dal dal mio aver cominciato a nascondermi, a farmi notare solo per la mia rabbiosa ribellione fatta di modi stupidi e in apparenza incomprensibili, che erano sempre causa di botte… Scappai anche di casa, ma essendo piccolo fu molto breve. Ero scappato alle 20.00 e alle 00.00, più o meno ero in casa, avevo girovagato per il quartiere, finché davanti a un bar non trovai una macchina aperta e mi ci infilai per dormire… Il proprietario mi vide, era lì con Amici. Fu molto gentile, mi fece fare colazione e poi mi chiese dove abitavo. Ma io ero silenzioso e non volevo tornare, anche se alla fine mi convinse e mi riportò a casa.
“I tuoi ti abbracciarono?”
Niente affatto, cario Ciccio. Appena quel signore andò via mio padre mi prese, mi diede botte e mi legò mani e piedi gettandomi innanzi al lavandino e dicendomi: prova ancora a scappare.
“E tu cosa facesti?”
Piansi, Caro Ciccio, piansi e ripiansi la mia vergogna e la mia incapacità di comunicare, di liberarmi…
“Sai, ho paura di averti fatto del male nel chiederti di parlarmi di te.”

(17. Continua…)

Lottare con se stessi

Martedì 17 Giugno 2008

Pierrot sta spiegando al gatto Ciccio, che è il suo compagno di cella alla sezione Prometeo del carcere di Torino, alcuni aspetti della sua vita in carcere.

“Perché lotti con te stesso?”
Perché io non appartengo a questa vita, io non appartengo ad un mondo di violenza e falsità, io non appartengo alle sostanze e nemmeno a questa gabbia che ci rinchiude ogni sera, e nemmeno queste persone che mi circondano vi appartengono. La parola tossico, drogato, mi fa ribrezzo, ma non perché ho dei giudizi o pregiudizi verso chi lo è, ma dirmelo è come dare a mia mamma della prostituta. Ora se io ti dicessi puttana…
“Ma io non lo sono”
Ok, ciccio, ma mettiamo che io ti dica così, tu non hai pregiudizi verso costoro, ma non ti piace sentirtelo dire.
“E’ vero.”
Capisci ora, senza ipocrisia, cos’è sentirsi ciò che non sei…
“Devo ammettere che è difficile comprendere le cose, ma i tuoi esempi spesso calzano perfettamente.”
Non è proprio così, e forse se continuerai ad ascoltare coglierai anche tu che questo è un incubo dal quale non riesco a svegliarmi, è un periodo molto difficile in cui tutti mi dicono che non partecipo, che mi isolo, che mi occupo solo di me stesso. “Ma non è così.”
Vedi Ciccio, tu sai cosa sto facendo, ma come dire loro che i miei stati d’animo hanno sbalzi da paura, che la mente e il cuore sono immersi nel passato e stanno affrontando in totale solitudine ciò che pochi reggerebbero con la mia pacatezza e serenità esteriore. Ma ciò che con le mie espressioni non appare ingannando, dentro è come un bisturi che da fendenti profondi…
“Sai, anch’io ora mi chiedo come fai a mascherare, ironizzare. Fai tante cose come scrivere per altri, fare istanze, corsi di inglese, informatica, rilegatoria, hai corrispondenza e stai scrivendo sul blog. Dove trovi il coraggio di non arrenderti mai?”

(16. Continua)