Archivio Autore

Dove trovi il coraggio?

Martedì 10 Giugno 2008

Una nuova puntata del dialogo in cella tra Pierrot e il suo gatto Ciccio. Pierrot esprime al suo gatto i propri pensieri riguardo all’assistenza psicologica che riceve in carcere.

Essendo una tirocinante, mi smolli a metà del lavoro e del sostegno di cui ho necessità per me stesso… tutto questo mi sta aiutando in questo ripercorrere la mia vita.
“Anche a me”
Sono contento, sai. C’è anche un’altra persona interessata a capire, ma credo che come te se non entrerà nei miei particolari non potrà mai comprendere veramente. Potrà porsi delle domande, formulare pensieri, ma nulla gli darà le risposte e quando penserà di capire tutto, si stravolgerà nuovamente e non si accorgerà del filo logico che è nel Caos. Perché il Caos è vita…
“Ma chi è questa persona?”
Caro Ciccio, non posso dirtelo, ti prego, non prendertela, non voglio nascondertelo, ma in questo mio aver cominciato a non sentirmi più un’ombra lei ha un ruolo ben definito.
“E’ amore.”
No, Ciccio, ti prego, non anche tu. Ciò che ho con questa persona non è Amore, non è Amicizia. Non esiste nulla di platonico e appena ci si avvicina ad un semplice rapporto di conoscenza…
“Allora non ti piace.”
Non ho mai detto questo. Più precisamente è piacevole avere un dialogo con lei, ed emana un qualcosa che entrando nel mio campo energetico mi trasmette serenità.
“Credo di aver capito.”
D’accordo Ciccio, per questo e per altre persone ci sarà tempo man mano che andremo avanti. Ciò che però mi dispiace è non poter parlare ad esse come Pierrot, ma come mi conoscono e i due sono completamente diversi, ma questo chi può scinderlo… Comunque parlare a costoro mi crea una Catarsi. Una liberazione. Una libertà nel rapportarmi… Ma qui, in questo istituto dove tutti lottano con l’istituzione, io sto lottando con me stesso….

(15. Continua…)

Dalla psicologa

Lunedì 2 Giugno 2008

Pierrot torna in cella e Ciccio è aggomitolato sul letto, ad aspettarlo.

Scusami Ciccio, era lo psicologo, ricordi che ho chiesto un supporto, beh, è arrivato nel momento opportuno, solo che non mi seguirà lui, ma una donna, mi ha detto che è una tirocinante.
“Ti troverai bene?”
Non ne ho idea. Lei è carina, e mi fa sentire a mio agio, non arriva a conclusioni affrettate. Se avesse cercato subito di darmi risposte non sarei andato avanti. Non veste l’insicurezza, né indossa il dubbio. Il suo intimo non ha pregiudizi, i suoi occhi sono caldi e le sue mani comprensive e dolci. Non si mostra con cose vistose alle dita. Ho cercato anche una sua reazione sul suo volto, nello stringersi le mani o nell’irrigidire il corpo, quando le dicevo cosa avremmo affrontato insieme. Nessuna pena, nessuna contrazione, ma parole che hanno detto non sforzare, andiamo con calma. Ho trovato non comprensione, non mi serve, ma qualcuno che vuole capire e aiutarmi, sostenermi, anche solo ascoltando e mettendo ordine nella mia vita quello che fino ad oggi mi ha reso un’ombra…
“E’ per questo che sei più sereno?”
E’ probabile, parlare con loro, e poi solo con lei, mi ha distratto, e ho dovuto concentrarmi per capire chi avevo davanti, ora l’unico timore e che…

(14. Continua)

Il sangue che ribolle

Domenica 25 Maggio 2008

Pierrot segue a raccontare al gatto Ciccio un episodio doloroso della sua infanzia.

Prese poi a scivolare sul mio corpo, a baciarmi, a toccarmi, poi con la bocca mi inghiottì in un vortice di totale oscurità. Ero inorridito, succube dei suoi movimenti, poi mi prese le mani, le mie mani, e se le infilò nelle mutande. Me le muoveva, e mi faceva fare avanti e indietro avvolgendo la mia mano nella sua… Ad un certo punto mi prese la testa e cominciò a spingerla verso il basso, ma più mi cercavo di opporre più la spinta aveva forza. Poi…
Ad un certo punto, finalmente, tutto ebbe fine per quel giorno. Ma si ripeté per quasi un mese, tutte le sere. Io non sapevo cosa fare, non riuscivo più a guardare la gente in faccia. Sapevo solo fare guai, per dire che qualcosa non andava, ma il risultato erano botte da orbi per me. Scusami Ciccio, ora ho bisogno di distrarmi.
“Sì, fai pure. Io… io… perdonami ma io…”
Lascia stare, Ciccio, ho capito.
“Dove sei andato?”
Ho camminato avanti e indietro per il corridoio della sezione, sai Ciccio, avevo bisogno di sfogare quella rabbia che dentro sale fino a farmi ribollire il sangue. Ed è una rabbia che mi fa paura perché è violenta, autodistruttiva, dirompente se la sfogassi su qualcuno. Ma fortunamente ho imparato a tenerlo a bada, poi subentra la vergogna, la tristezza e l’amarezza, e sento non l’uomo, ma il bambino che ero, piangere. Scusa Ciccio, mi chiamano in rotonda.
“Vai, io ti aspetto”
Torno subito.

(13. Continua)

Perché non arriva nessuno

Domenica 18 Maggio 2008

Proseguono le conversazioni nella cella tra Pierrot e il suo gatto Ciccio.

Allora, eravamo rimasti a quel ragazzo che mio padre aveva ospitato e che uccise un uomo quando ancora era un bambino e voleva solo volare, sognare, giocare ed essere amato.
“A proposito dell’amore, non credo di dover aspettare, comincio a capire cosa sia”.
Sì, Ciccio, ma esistono molte sfumature, e non so se sarò capace di dartele. Ora però ti prego, lascia che ti dica di quell’orrido episodio.
“D’accordo, sono pronto.”
Stavo dicendo, io ero nel mio letto che provavo a dormire, quando sentii alle mie spalle una presenza. Ho sentito un brivido freddo avvolgermi, ero così spaventato che non riuscivo nemmeno a voltarmi. D’un tratto sentii la coperta muoversi e due mani che mi toccavano. Non erano carezze, erano fredde e mi raggelavano, scorrevano su e giù per il mio fianco, poi sul petto, ora sulla faccia, e io sempre immobile, sempre più spaventato, anzi il mio era vero e proprio terrore. Nel frattempo una voce mi sussurrava all’orecchio: «Ti piace, è bello, non avere paura, vedrai che ti piacerà». Non capivo, mentre quelle mani mi toccavano io urlavo a squarciagola, mi dimenavo, mi difendevo, ma in realtà tutto questo avveniva solo nella mia mente, il mio corpo era immobile. La stanza era divenuta buia, o forse erano i miei occhi che si erano chiusi. Poi, di colpo, quelle mani si infilarono nelle mie mutandine e il tocco divenne più frenetico, sentii un peso entrare nel mio letto, un corpo attaccato alla mia schiena, e ancora quel bisbiglio. «Dai, girati, toccami anche tu, vedi che è bello, non aver paura, facciamo in fretta…». Perché non arriva nessuno, pensavo, perché sto così male. Ma lui continuava…

(12. Continua)

Tutto è anonimo

Martedì 13 Maggio 2008

Pierrot oggi è inquieto, e anche il gatto Ciccio, mentre dialogano nella cella in sezione, salta dal tavolo al letto, dal letto alla sedia, e non trova la maniera di sdraiarsi e di dormire, cosa che per un gatto è davvero strano.

La verità, Ciccio, la verità è sempre scomoda. Alcune volte fa bene, altre è necessaria, e nel mio caso mi crea dolore, un forte e profondo dolore che ancora oggi grida e rivendica la sua innocenza. E’ questo il motivo per cui tutto è anonimo, persino io mi devo proteggere.
“In che senso?”
Ho chiesto un sostegno psicologico, ma ancora non è venuto nessuno, e pensare che ci contavo. Quando arrivo a questo punto ho un freno tutelatore che si innesca.
“Cosa vuol dire, che non mi parlerai di questo episodio?”
No, Ciccio, ti racconterò tutto, anche se starò molto male.
“Ma se ti fa soffrire e tornare a vivere cose brutte, non raccontarmelo.”
Preferirei, Ciccio, e credimi, vorrei, ma se lo saltassi non avrebbe senso tutto il resto che ti sto raccontando.
“Mi dispiace”
Non devi dispiacerti, sono io che mi scuso con te per questa storia, che forse ti starà annoiando.
“Non è vero… anzi, sto cominciando a capire tanto di te.”
Spero che tu non pensi che mi sto commiserando. Arriveremo alla vita, all’amore. E’ il motivo per il quale il nostro dialogo è cominciato, ma ti prego, aiutami.
“Come posso farlo?”
Stammi vicino e dammi affetto e amore, e nelle mie lacrime non commiserarmi, ma prega insieme a me per trovare la forza di vivere, di riprendere a vivere, poiché fino a oggi sono stato l’ombra di me stesso.
“Guarda che io ci sono, non sei solo.”
Grazie Ciccio, grazie e ancora grazie, ora scusami, ma se pure sto prendendo tempo vedo appannato e devo sciacquarmi con dell’acqua fredda.
“Non preoccuparti. Prenditi tutto il tempo che vuoi.”

(11. Continua)

Un fratello maggiore

Lunedì 12 Maggio 2008

Pierrot viene svegliato nella suo cella dale prime luci dell’alba. Il suo gatto Ciccio è già sveglio da un po’.

Buongiorno Ciccio.
“Buongiorno, hai dormito bene?”
Non, molto ad essere sincero, ho ripercorso parti di quella mia vita che ti sto raccontando e sono malinconico.
“Erano cose brutte?”
Non solo, ho anche molti ricordi belli, ma poi li soffoco in parte perché sto cercando di capire dove e come tutto è cominciato.
“Tutto cosa?”
Tutto, Ciccio, tutto il mio cammino fatto di Rabbia e di Paura e di solitudine, insomma tutto quello che oggi mi porta ad essere qui in questa cella tra sbarre e cemento…
Sai, Ciccio, stavo sognando il periodo in cui i miei, troppo occupati nel lavoro mi mandavano al doposcuola dalle suore, mi ricordo le bacchettate, le mani legate dietro la schiena perché poggiavo i gomiti sul tavolo, avrei voluto scappare ma non potev, quando i genitori venivano a prenderci ero il primo a scendere, non vedevo l’ora di andarmene, di abbracciare i miei, ma vedevo tutti andare via quasi in contemporanea, io e le mie sorelle aspettavamo per ultimi, alcune volte anche intere ore in più, io stavo sugli scalini dell’uscio tutto rannicchiato e non nascondo che alcune volte il mio viso si inumidiva.
“Ma scusa, perché i tuoi genitori non venivano?”
Vedi, la loro assenza era dovuta agli impegni di lavoro, dovevano pagare un mutuo e poi non ci facevano mancare niente, come i vizi, le leccornie, i vestiti, ma io volevo solo amore, semplicemente amore… Passarono i cinque anni, e con le Suore fu una parentesi chiusa, ora era tempo delle medie, nel frattempo mio padre ospitò da noi un ragazzo, era il figlio di una prostituta.
“Come lo sapevi se eri piccolo?”
“Attraverso la televisione, i visto delle donne vicino ai falò che andavano con tanti, e qualcuno dire le solite prostitute e io avevo immagazzinato, quando andammo a trovare questa donna per ospitare il figlio la vidi vicino ad un falò insieme ad altre, vestita proprio come nella mia immagine e così mi bastò fare il gioco delle associazioni, gioco che uso ancora oggi per capire chi ho davanti e ho affinato la tecnica in tutti questi anni…
Comunque questo ragazzo più grande di me venne da noi. Ero contento, stavo con due sorelle e avere lui vicino era come se avessi un fratello più grande, mi faceva giocare, uscire e divertirmi, mi faceva vedere cose proibite come giornali con persone nude, e mi faceva bere e fumare, ero al settimo cielo.
“Eri felice”
Si Ciccio, ero molto felice, quasi come nelle feste di Natale, quando si riuniva tutta la famiglia in una casa, eravamo così tanti tra zii e cugini che c’era persino chi dormiva nella vasca da Bagno, si giocava a piatto, sette e mezzo, tombola… Quanto ridere, quanta gioia con i miei cugini…
“Dovevo essere fantastico”
Si lo era caro amico, lo era finché una notte quel ragazzo non mi si avvicinò e con la sua mano fredda cominciò ad accarezzarmi… Mi sussurrava di stare in silenzio, che mi sarebbe piaciuto, ma io ero immobile, non riuscivo a muovermi, gridavo ma le parole non uscivano, piangevo, ma le lacrime non scendevano.
“Capisco e sto vedendo sul tuo volto l’orrore e ho paura, ma ti prego, dimmi tutta la verità”

(10. Continua…)

La vita

Venerdì 9 Maggio 2008

Esiste una vita piena di rabbia,
esiste una vita piena di dolore,
esiste una vita piena di amore,
esiste una vita.
La vita.

Dormiamo, Ciccio

Martedì 29 Aprile 2008

Pierrot parla dell’amicizia al suo gatto Ciccio, conta quattro dita in una mano, e si addormenta con un cuscino di pelo sulla pancia.

“Allora non hai mai avuto amici.”
No, caro Ciccio, di amici ne ho avuti, ma da quando ero bambino a oggi li conto su quattro dita.
“Io ho sempre sentito dire su una mano!”
E’ troppo Ciccio, bastano quattro dita, contando che avevo cinque anni e oggi ne ho quaranta. Però ho milioni di conoscenti…
“Perché guardi fuori?”
Sto piangendo, Ciccio, ma queste lacrime si vedono poiché è in questo tempo che rivedo il passato. Ho usato parole che mi toccano il cuore… parole di solitudine.
“Ma hai detto che hai milioni di conoscenti…”
Sì, Ciccio, ma vedi, è come in questa mia galera, pur essendo obbligato ad essere assieme ad altri, pur buttandomi di mio in mezzo ad altri… Io mi sento solo. Non vuol dire, caro Ciccio, che perché hai tanti intorno tu sia in compagnia, certo ci rido, ci scherzo, e ci gioco insieme, ma credimi, io mi sento in compagnia solo quando sono chiuso nella mia cella e ti accarezzo, raccontandoti di me.
“Allora io sono un tuo amico?”
Sì, Ciccio, tu sei una delle quattro dita, e qui sei il mio unico amico. Ora ho sonno Ciccio, andiamo a dormire.
“No, ti prego, andiamo avanti.”
No, Ciccio, anche se il mio racconto va alla rinfusa, ora ho sonno.
“Capisco, tu stai piangendo tanto…”
Dormiamo, per favore.
“Posso stringermi a te?”
Sì, Ciccio, grazie. Sono contento di avere te vicino a me in questo periodo, e sono contento che tu mi abbia spronato a raccontarmi. Buonanotte.

(9. Continua…)

Come una foglia al vento

Domenica 20 Aprile 2008

Il gatto Ciccio si accuccia comodo sul letto di Pierrot, mentre il suo padrone, camminando su e giù per la cella, segue a raccontare.

Capisco che possa apparire incomprensibile sotto molti aspetti, ma se avrai pazienza scoprirai con orrore il nesso che oggi mi vede qui a parlare con te, chiusi dentro questa gabbia di ferro e cemento.
“Ti prego, prosegui allora, voglio capire.”
Ricominciarono le scuole, e finalmente ritrovavo i miei compagni del cortile. Ogni anno i miei mi portavano in Sicilia per il periodo estivo, e mi divertivo molto, ma non riconoscevo nelle nuove conoscenze un’appartenenza, anche se ci giocavo insieme… Tornato a scuola, con i miei compagni come ti ho raccontato prima, conoscevamo tutta la zona e anche la piazzetta, o meglio il giardino. Si giocava, si correva, andavamo in bicicletta, sempre in esplorazione, ogni volta più lontano nella nostra zona. Un giorno andammo fino ad Avigliana. Cavoli, era bellissimo. Tutto era nuovo, ogni giorno.
A casa ero molto viziato, non mi facevano mai mancare nulla. Sotto casa avevamo una latteria e una panetteria, i miei, che lavoravano, lasciavano detto che per la merenda potevo andare lì anche senza soldi, che poi avrebbero saldato loro. Ma mentre io potevo, i miei compagni no, e allora quando compravo per me compravo anche per loro… Fu un grosso errore, perché i miei mi tolsero questo permesso. Ma non fu questo a farmi male, quanto scoprire che i compagni che avevo attorno mi avevano solo usato e di amicizia non c’ra neanche l’ombra.
Crescevo in un tempo che scorre senza darti un momento per riflettere, analizzare. Ero troppo giovane, e lasciavo che le cose andassero così. Del resto, con chi parlarne, a chi chiedere cosa era giusto e cosa no? Ero giovane, ero una foglia al vento e pur di non sentirmi solo con la mia paura mi circondavo di persone qualunque.

(8. Continua…)

Così funzionava tutto

Mercoledì 9 Aprile 2008

Continuando a dialogare con il gatto Ciccio, Pierrot prosegue nel racconto della sua infanzia.

“Perche dici: ero un bambino che già si sentiva solo? Ora sei adulto!”
Forse il mio corpo, il mio cervello sono da Adulto caro Cicco, ma nel mio Cuore vive un bambino che è ancora capace di sognare ad occhi aperti, che è ancora capace di volare, anzi credo di essere più Bambino adesso di quando lo ero veramente… Pensa che quando avevo credo cinque o sei anni, ogni volta che passava un’ambulanza mi rattristavo e dicevo: guarda, stanno portando il mio amore all’Ospedale, perché sta male. Tutti ridevano ella tragicità di ciò che invece sentivo sarebbe stato…
“Ti prego, continua, non ho capito bene, ma sento che è qualcosa di orribile, lo vedo nelle tue lacrime amare”.
Ma Ciccio, io non sto piangendo.
“Forse non escono lacrime dai tuoi occhi, ma il tuo cuore sanguina”
Sei incredibile per essere un gatto…
“E allora tu, che sei l’unico che sa parlare con me!”
Torniamo alla mia infanzia. Ormai i miei lavoravano entrambi e io ero quasi sempre da mia nonna. Erano una serie di case con un unico cortile, dove ci ritrovavamo in tanti bambini a giocare. C’era anche un meccanico di bici e quando giocavamo a pallone gli rompevamo sempre i vetri e poi via di corsa. Ma il più terribile era un anziano al terzo piano. Gridava sempre come un forsennato e inveiva verso noi bambini, dicendoci che ci avrebbe bucato il pallone. Ci terrorizzava, ma a me non mi spaventava lui, ma la solitudine che aveva nel suo animo. E quando ne parlavo ai miei compagni o agli adulti, come sempre ridevano e mi prendevano per matto.
“Ma tu lo eri?”
Ciccio, ti ci metti anche tu! Proprio prima hai detto che sono l’unico che sa parlare con te, se lo dicessi per cosa credi che mi prenderebbero…?
“Grazie di questo esempio, ora ti capisco molto bene.”
I mesi e gli anni trascorrevano chiusi in quel cortile, inventavamo sempre qualcosa di nuovo per giocare, ora avventurieri sui tetti, ora con pistole ad’aria compressa a buttar giù soldatini in un forte, ora in una capanna di cartone a fumare le prime sigarette che riuscivamo a rubare a casa. Ma per tutti era un solo desiderio: uscire da quel portone e vedere fuori, proprio come te qui.
“Ma io non voglio uscire! Io voglio sapere cosa esiste oltre quel muro.”
Caro Ciccio, anche noi, ma per saperlo dovevamo uscire, non avevamo più figure adulte a guidarci, non riconoscevamo più gli adulti, ora eravamo noi, e solo tra noi dovevamo smazzarci tutto.
Cominciammo così ad uscire, prima solo davanti, ma ben presto ne fummo i padroni, ogni angolo della zona era nostra… Nel frattempo io e anche gli altri cominciammo ad andare a scuola, solo al pomeriggio ci potevamo ritrovare e stare insieme. Così mi dividevo tra scuola e gioco, ma intanto osservavo quello che mi circondava, persone comprese e la mia paura e solitudine aumentavano di pari passo. Per attirare l’attenzione ero molto vivace, forse anche troppo, visto che la maestra consigliò a mia Mamma di portarmi da un pediatra perché non ero normale. Invece la diagnosi fu più che normale, ma venni bocciato in prima elementare. A casa presi un sacco di botte e credimi, ero sempre con i lividi addosso.
“Ma avevi fatto qualcosa?”
No, Ciccio, ma a quanto pare era così che per me funzionava tutto…”

(7. Continua…)