Mio padre aveva ragione

di Dobermann, 7 novembre 2006

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Quando Roby tornò solo a casa dal padre, ubriaco di birra per non sentire il malessere che al momento lo stava distruggendo, suo padre gli chiese dov’era Any. Roby scoppiò a piangere come un bimbo. Quasi in ginocchio dissi: perdonami, papà! Gli raccontati tutta la verità.
Ebbe il coraggio di sostenermi perché capì che ero la vittima e non più predatore. Non si trattenne però dal dirmi: “Hai passato una vita di merda e ti sei messo con una donna drogata, come cazzo hai fatto a distruggerti ancora per una donna che non ti appartiene? Non ti merita.”
La mia risposta non tardò. Padre, l’amo e volevo salvarla.
Verso cena ricevetti la telefonata di Any in cui chiedeva se potevo portargli i bagagli. Era in stazione ad aspettarmi.
Accompagnato da mio padre, distrutto come un castello di carte, lo sentii dirmi: tanto come la vedi resterai con lei, ti conosco, Roby.
Nel frattempo avevo contattato mio fratello ad Arezzo, dove viveva e lavorava come operatore terapeutico in una comunità. Ma non avrei avuto più modo di cambiare il destino che mi ero scritto da me.
Arrivato in stazione vidi Any che mi attendeva ansiosamente, tristemente demoralizzata. Con voce spenta mi disse: non mi sono drogata, la dose è qui, ce l’ho in tasca, guarda.
Beh, mio padre aveva ragione: Roby si fermò con lei.
Ma non subito. La lasciò lì con le sue valige e se ne andò in stazione a ordinare un’altra birra.
Squillò il telefono.
Era Any che partiva per Torino e gli chiedeva: e tu, cosa fai?
Roby disse di no, ma poi corse verso il treno per raggiungerla, e alla sola vista i due capirono che erano tornati insieme.
Riempirono di gioia il proprio cuore.

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