Archivio della Categoria 'Deficienza'

Capitolo 4

Martedì 18 Agosto 2009

Giungemmo alle soglie di quella che era stata una grande e popolosa città al calare della sera. Lo spettacolo che mostrava a noi desolava il cuore, silenziosa davanti c’era un’immensa distesa di rovine e macerie, vecchi automezzi distrutti si accatastavano qua e là.
Case e grattacieli crollati su se stessi formavano delle piccole colline e un fetore di morte e putrefazione saliva dalle vecchie fognature, nel corso degli anni quelle fognature si erano trasformatein un habita ideale per immonde creature che spadroneggiavano e regnavano indisturbate, le udivamo muoversi nell’oscurità, i loro occhi scintillavano come fiamme dell’inferno.

Guardando quelle rovine tentai con la mia fantasia a dargli vita, a immaginarle piene di vita e di gente che si muove avanti e indietro per ogni lato della città con le loro auto e tutte le loro preoccupazioni. Vedevo le mamme accompagnare i loro bimbi a scuola oppure all’asilo. Tutte insieme recarsi frettolosamente alo loro posto di lavoro, come i soldati fanno per affrettarsi ad approntarsi ai loro posti di combattimento

I racconti e gli scritti che gli anziani tramandavano, parlavano e cantavano di queste storie, dell’antica civiltà perduta, riuscivo anche a vedere gli innamorati passeggiare mano nella mano nei parchio scambiandosi piccole ed innocenti effusioni d’amore all’ombra di un cedro, ed i bambini festosi e gioiosi rincorrersi sul prato del parco correndo dietro d un pallone. Tutto questo purtroppo a guardare questi ruderi sembra quasi che qualcosa di simile lo si possa solo immaginare.

Tornando alla realtà Dario e Isabea erano già intenti a preparere il bivacco per la notte. Isabea aveva già acceso il fuoco e messo su l’acqua a bollire, nel mentre che si facevano questi preparativi si controllavano anche i cavalli per assicurarsi che fossero assicurati bene.
Fatto tutto quello che si doveva fare ci sedemmo introno al fuoco e iniziammo a mangiare quella squisitezza che Isabea aveva preparato, dissi, rivolgendomi a loro: mi rendo conto che siamo davanti al secondo ostacolo del nostro viaggio, abbiamo bisogno però di esaminare non solo la nostra coscienza maanche la nostra volontà, per essere costantemente con il messaggio che abbiamo ricevuto e con il compito che dobbiamo assolvere. E se non lo facessimo le nostre forze si indeboliranno, questo secondo quanto concerne la nostra volontà di proseguire questo viaggio, affinchè il lume della speranza non si spenga. Prima che venisse questa catastrofe che portò la fine con la distruzione totale della civiltà conosciuta ci fu un lungo periodo di sterilità, l’umanità intera aveva scelto di disubbidire alle regole della natura, questa scelta li portò al castigo e l’uomo colmo della sua follia si autodistrusse, è terribile quanto accade.

Invece l’uomo saggio rende la propria vita conforme alle leggi della fisica e della chimica e della biologia perchè sa bene che esse sono fatte per mantenerlo in salute e che ogni abuso comporterebbe la diminuzione delle sue facoltà. I nostri antenati delle tribù dei saggi e degli studiosi ci hanno tramandato la scrittura affinchè conoscessimo il pensiero e l’insegnamento del creato e di tutto ciò si potesse conoscere e lo rispettassimo, perchè la disubbidienza di queste leggi nel campo fisico in particolare sono pericolose quanto a magior ragione lo saranno in campo spirituale.

Distinguiamo infatti le opere morte, che possiamo vedere, mia cara Isabea, con i nostri stessi occhi, da quelle buone. Le prime sono gli sforzi della carne per giustificarsi e poter apparire in qualcosa di valido, che sono motivate dall’orgoglio e dall’egoismo, le seconde mio caro ed eterno amico e fratello sono invece la spontaneità fioritura della vita in noi e nel nostro spirito. Nel mentre ragioniamo su questi antichi insegnamenti, guardo Isabea ed ammiro la sua bellezza innocentee in ogni sua sfaccettatura ella mi appare magnifica, nel mentre la luna la abbraccia e la avvolge con la sua fievole e tenua luce e il mio cuore scoppia in una miriadi di strane e mai conosciute emozioni e sensazioni.”

Capitolo 3

Mercoledì 22 Luglio 2009

Una grossa nuvola si stava addensando propio sopra le nostre teste e altre più piccole gli facevano da contorno, non diedi tanta importanza a quell’avvenimento, così mi sdraiai lentamente facendomi posto fra Dario e Isabea. Il freddo era pungente, mi avvolsi la coperta e mi rannicchiai, la notte prese il sopravvento ed impose la sua autorità.
Non riuscivo ancora a trovare la tranquillità per rilassare le mie membra stanche ed affaticate per la lunga traversata. Iniziai a pensare ad Isabea e di colpo, come per incanto, la mia mente venne pervasa da un piacevole benessere, mi sentivo bene ogni volta che pensavoa lei eppure la guardavo, lì, in quel momento era vicino a me avvolta in quella pesante coperta, ignara di tutte le mie fantasticherie.

Dario poco distante da Isabea giaceva anche esso avvolto da una pesante coperta e tanta era la fatica della giornata che era crollato in un pesante sonno. Il cielo questa notte era particolarmente tranquillo, di solito in questa stagione si verificano delle tremende tempeste magnetiche… mi addormentai e al mio risveglio trovai Dario e Isabea già pronti e con i cavalli sellati. “Dormito bene?” - chiese Dario - poi mi fece notare che il sole era già alto nel cielo e che era meglio incamminarci senza perderci in inutili chiacchere.

L’orizzonte appariva ai miei occhi sempre uguale, erano ormai 4 ore che camminavamo e non si intravvedeva niente, mi ero messo dietro a Isabea, non so perchè ma ero attaccato a lei come una calamita ciò nonostante cercavo di non pensare a lei, ma la mia mente fuggiva sempre verso di lei mentre provavo a rimanere assorto nei miei pensieri mi accorsi che di fronte a noi si stavano formando dei promontori, erano delle rovine di una città distrutta dalla catastrofe dell’antica guerra del mondo civilizzato, le rovine siergevano maestose e fiere, come per dimostrare che ancora potevano essere padrone degli spazi e che era un loro sacrosanto diritto quello di esistere.

Io, Dario e Isabea ci guardammo e con un cenno di assenso demmo briglia ai cavalli spronandoli al galoppo e dirigendoci verso la città morta. Non avevamo mai visto un’antica città ma nei racconti degli anziani ne avevamo sentito parlare e le antiche storie della vecchia civiltà riemergevano nella nostra memoria come antichi insegnamenti ammonendoci dallo stare in guardia. Chissà quali insidie si celavano sotto a quei ruderi, un brivido percorse la mia schiena, i miei muscoli iniziavano a tendersi come corde di violino e la mia mano scivolava verso il mio fucile.
Guardai Isabeae e gli sorrisi a trentasei denti, ella sogghignòinvece con un sorriso dolce come lo zucchero, Dario tanta la sua fierezza non dava segno alcuno. La città si avvicinava sempre più e diventava sempre più maestosa e imponente nonostante le sue mortali ferite e la sua lenta e inesorabile agonia.

Capitolo 2

Giovedì 2 Luglio 2009

Dario e Isabea erano eccitatissimi e non stavano nella pelle, nel momento in cui terminammo di salutare tutti i residenti ad Isabea scese un lacrimone, che gli solcò tutto il suo dolcissimo viso. Eravamo giunti sul promontorio che sovrastava l’accampamento che il mio pensiero era rivolto a Isabea e alla sua incolumità, per tutta la durata che avrebbe avuto il viaggio avrei fatto molta attenzione affinchè non gli accadesse nulla. Una forza superiore alla mia volontà dominava i miei pensieri, ero guidato inconsapevolmente ed ella era una delle ragioni per cui dovevo andare fino in fondo a questa strana storia che ormai aveva preso il sopravvento su tutta la mia povera esistenza.

Dovremo far fronte ad un lungo e pericoloso viaggio, dissi a Dario: sulla sua fronte si leggevano le sue inconfessate preoccupazioni: Dario nella sua vita non si era mai allontanato così tanto dal suo villaggio, e per così tanto tempo. Invece Isabea mi appare molto tranquilla, su di lei non vi è l’ombra di paura: tranquilla , serena ma attenta scruta l’orizzonte. Diamo briglia ai cavalli e continuiamo il nostro cammino.

Dopo circa tre ore di viaggio c’eravamo inoltrati nell’immenso e disteso deserto chiamato dai sopravvissuti il deserto della “DESOLAZIONE”: ai nostri occhi appariva come un immenso tappeto di brillanti quasi magico, quasi irreale tanto che luccicava.
Tutto ad un tratto udì Isabea  urlare, e rivolgendosi verso di noi disse: “Guardate lì! In fondo, lì vicino a quelle dune!”. I suoi occhi brillavano come le stelle del firmamento, luminosi più che mai indicandoci con la mano un punto ben preciso che si tracciava all’orizzonte. Vicino a quelle piccole dune infatti c’era qualcosa. Affrettamo il passo portando gli animali al galoppo, eravamo assetati e stanchi, lo erano anche quelle povere bestie che avevano camminato per mezza giornata nel focoso deserto della desolazione e non vedevamo l’ora di rinfrancarci tutti

Giunti nel luogo avvisato, con immenso stupore per ciò che si prsentava davanti ai nostri occhi, non so spiegare quanto accadeva, ma lì c’era proprio una piccola oasi, una vera e propria oasi, una modesta vegetazione la circondava e la avvolgeva, delle piccole macchie di rigogliosi cespugli grondavano di bacche e quasi non reggevano il loro peso tanto erano abbondanti. Dalla fenditura di una roccia sgorgava zampillante della chiarissima e freschissima acqua. Non credevamo ai nostri occhi.
Ci dissetammo, facemmo bere i nostri cavalli , adesso dovevamo prepararci per trascorrere la notte: nel deseto della desolazione la temperatura di notte era capace di raggiungere i 10 gradi sotto lo zero, dopo esserci rifocillati con del pan zenzero e della carne affumicata ci infilammo tutti e tre dentro i nostri sacchi a pelo.

Quella notte sarebbe stata la prima notte trascorsa vicino a Isabea, lei mi guardava, sentivo che mi voleva chiedere qualcosa, ce lo aveva lì, sulla punta della lingua, ma esitava… così si mise a scrutare il cielo. Dopo qualche minuto sussurrò il mio nome: “Telemaco…”. Mai nella vita lo avevo udito pronunciare così dolcemente quel nome. “Riusciremo a trovare la risposta a tutte le nostre domande?” - chiese - “tutto ciò compreso, il nostro sacrificio, dico così caro Telemaco, sacrificio… perchè che io sappia da un viaggio così non è mai tornato indietro nessuno”. La fermai nel suo parlare appoggiandogli dolcemente la mano sulla sua guancia e accarezzandogli il visole dissi: “Non ti preoccupare mia cara Isabea, nulla ci accadrà, io sarò sempre vicino a te, saremo tutti salvi alla fine di questo viaggio e ti asscuro che troveremo quello per cui siamo stati scelti”.

Mi guardò per un attimo, poi si voltò dentro il suo sacco a pelo: “Buona notte ragazzi - disse - cerchiamo di riposare domani ci aspetta una lunga e faticosa giornata”

Capitolo I

Lunedì 25 Maggio 2009

Tutto ebbe inizio nella valle delle storie senza fondamento, ed è da lì che io inizierò il mio racconto.
Intrapresi questa avventura con gran forza, fiducioso del successo ed ottimista: non solo, ero convinto che sarebbe stato di grande utilità a tutta l’umanità. Il Mondo era sommerso dall’oscurità, gli uomini si combattevano e si contendevano ogni cosa avesse un valore oggettivo, l’acqua scarseggiava, la terra si stava seccando, bruciava l’odio, bruciava la rabbia, ardeva l’egoismo, ed il sangue non aveva più nessun valore. Solo l’amore poteva rimettere ordine a tutte le cose della terra. Ma ciò nonostante l’uomo sperava ancora in un futuro.
Senza neanche pensare a ciò che il destino mi stava riservando, iniziai il mio viaggio fuori dalla valle Senza Fondamento. Mi diressi verso il primo avamposto ancora abitato da grosse famiglie, il Capo Tribù lo conoscevo fin dall’infanzia, il suo nome era Timoteo, un uomo retto e giusto che non si risparmiava mai su niente e nessuno. Egli seppe in anticipo del mio arrivo, così come gli era stato riferito dalle sentinelle d’avamposto, e si fece trovare alle porte del villaggio per accogliermi di persona con tutti gli onori, cosa che di questi tempi era rara.
Di solito tutti i villaggi ancora attivi erano molto guardinghi e diffidenti anche verso coloro che si ritenevano persone “amiche”. Timoteo dopo i consueti convenevoli si apprestò subito ad ascoltare ciò che avevo da riferirgli, così io mi misi a raccontargli le mie preoccupazioni…. Raccontai di quegli uomini vestiti di bianco, di come erano apparsi e soprattutto dell’allarmante messaggio che erano venuti a portare.
Dario mi guardò, nei suoi occhi c’era molta preoccupazione, la strana atmosfera che circondava tutto il villaggio era grassa come l’olio di balena. E in quel momento apparve davanti a me, come un raggio di sole trafigge il fogliame di una foresta e ne illumina tutto il sottostante, come la brezza di primavera, il suo profumo sapeva di fragole appena strappate dalla pianta. Dario colse il mio stupore e venne in mio soccorso accennando appena un sorriso e chiamandola con il suo nome: ISABEA si chinò davanti a me versandomi dell’altro sidro, accennando un saluto con gli occhi, il mio cuore sembrava cavalcasse sulle onde e mi resi conto in quel breve istante che non avrei più potuto fare a meno di lei.
Dario era il mio grande amico d’infanzia, con lui avevamo vissuto mille avventure. Ho ancora impresso nella memoria quel fatidico giorno che fummo attaccati da un branco di lupi nella foresta di Canndarnel sud di Pascal: quel giorno Dario mi salvò la vita. Salutai e mi ritirai per trascorrere la notte e risposare: l’indomani mi aspettava una giornata lunga e faticosa
La notte mi riservò una serie di incubi, non so bene se fossero realmente incubi o delle premonizioni, fatto sta che al mio risveglio c’erano ad attendermi vicicino alla porta della mia capanna Dario e Isabea.